lunedì, 09 novembre 2009
Tempo fa quelli di Meltemi mi regalarono Un piede nell'Eden, una raccolta di fotografie di Luigi Ghirri uscita in occasione della mostra fatta a Bologna alle Scuderie Bentivoglio.

in una nota del 1991, pubblicata nel libretto che avvolge le foto, Ghirri scriveva:

In una delle sue ultime interviste il grande direttore d'orchestra Leonard Bernstein ricordava come, da bambino, fosse stato iniziato alla lettura da un'usanza ebraica singolare e straordinaria. L'isegnante delle scuole elementari, che seguiva la tradizione ebraica, era solita scrivere le lettere dell'alfabeto con il miele su una lavagnetta che faceva poi leccare ai bambini, perché così facendo associassero il sapore e il conoscere a qualcosa di dolce e gradevole.

Un po' come per quei bambini, i nomi dei luoghi per me hanno un sapore, o un odore, o un colore (ma anche un suono, un oggetto). Faccio un esempio: il nome Arles evoca in me, subitaneamente, Le veritable saucisson d'Arles. Subito dopo si aprirà un altro sapore odore, quello della lavanda, ma il primo rimane sempre quello del salame della cittadina provenzale.

Ne faccio un altro (fai la riverenza, fai la penitenza): le lettere che compongono la parola Tunisi sono verdi come erano verdi gli alberi frondosi di Avenue Burghiba nel caldo possente degli oltre 40° (e come potrebbero esserlo solo in quella specifica condizione).

E ancora: Atene è il colore dell'asfalto. Santorini il rosso cupo di una spiaggia vulcanica. Fasano l'odore penetrante delle carrube nella stagione della raccolta, all'ingresso del paese arrivando dalla strada per Bari. Torino la grappa di Barolo.

L'Eden è fatto di lettere.

Luigi Ghirri
Svizzera, 1971-73
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categoria:visioni, letture, foto, luoghi
domenica, 05 luglio 2009
Mettendo ordine nel caos della scrivania, scavando nel terzo livello, è emerso un frammento di storia subito esplosa: s'è stesa come un delta fluviale d' inchiostro fresco sulla carta porosa, sottomettendo al colore corrugamenti, valli, rilievi, venature.

Era un depliand, preso più di 10 anni fa a Parigi, al Musé de la Marine. C'era un'esposizione personale di Richard Texier, un artista che all'epoca viveva in una casetta sulla spiaggia in Normandia. Realizzava le sue opere non solo con colori, creta, ferro, ma anche con oggetti portati dalla marea sul bagnasciuga. La personale era stata intitolate Reve Marin, ed era organizzata anche per visite guidate per bambini e ragazzi.

Io come bambinoragazzo mi lasciai prendere da Petit poisson, Entre terre et eau, Objects naufragés, Monstres et mystères, Lignes d'horizon e Machines à métamorphose.

Ora l'ho ritrovato, Texier, e il suo sito mi restituisce il distillato strano del passato e del presente. Sono rimasto incantato un'altra volta.


texier
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categoria:visioni, foto, luoghi
lunedì, 23 febbraio 2009
Un uomo spessi occhiali di bottiglia e la barbetta grigia tutta sul mento in un corridoio della metropolitana, linea gialla, gracchia

FORMAZIONE STRETTA, FORMAZIONE DA COMBATTIMENTO!!!!

Fagotti di vestiti appallottolati e infilati tra le colonnine e la cancellata all'ingresso del palazzo dell'Inail. Più in là uomini seduti per terra confabulano, intorno una trapunta a fiori, fogli di giornali, bottiglie di vino vuote.

Cammino piano, occhi al cielo azzurro pallido terso del nordovest e leggo in alto sulla facciata di un palazzo liscio come faccia dopo la barba

ASCOLTO IL TUO CUORE CITTA'
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categoria:diario, luoghi, camminare
giovedì, 05 febbraio 2009
3253839700_b30d711c41Sarà il gorillone in cima al grattacielo pruriginoso sky scrap er, sarà il cane bau wooff
o gli uccelletti di metallo che ronzano in alto che vedo graffiti sulla parete davanti a me
ma m'è venuta fame, fame di falafel in questa rue des Rosieres.

E mentre cammino sento intorno
la città dei film, la città romanzesca, la città della musica, la città degli sguardi, la città della moltitudine, la città della folla, la città del camminare, la città della metropolitana che costruisce sogni: escono in fila su un nastro trasportatore, splendenti, miseri, ingannevoli, agitati, spaventosi, pacificanti, radiosi, solenni, ricorrenti, sudati, simbolici, luminosi, premonitori, colorati.

I sogni sono anche i ricordi risvegliati dall'entrare nella chiesa di Saint Merri: una ragazza che ci offre caffé caldo da un thermos a pulsante che, azionandolo per riempire i bicchierini, dice ridendo: Pomp pomp pomp.

E in Place de Vosges quello di baguette aperte col temperino e riempite di fette di camembert.

E in Place de la Bastille quello dell'odore di botti alla festa della Bastiglia, in un luglio lontano.

E le case in cui visse Georges Perec, in rue Linné e in rue Quatrefages, nemmeno una targa a ricordarlo, e Place Saint Sulpice dove a lungo sostò per osservare la vita infraordinaria che passava davanti riportandola nel suo libro.

Un tentativo di descrivere la macchina dei sogni.
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categoria:foto, luoghi
lunedì, 26 gennaio 2009
Tra pochi giorni sarò a Parigi.
Ho già in mente i luoghi in cui andrò e le strade da percorrere. Tornerò a fotografare le case in cui visse Georges Perec: rue Linné, rue Quatrefages, a pochi passi dalla Moschea e dall'Orto Botanico. E poi dovrei fare un salto a Carrefour Mabillon e tornare a Place Saint Sulpice.
Prenderò appunti, scatterò le foto di cui ho bisogno. Camminerò molto. Ma lentamente, per riafferrare.

Mi piacerebbe che ci fosse anche il Kommando McDonald's, soprattutto nell'esplorazione del Canal Saint Martin, che mi prefiggo da talmente tanti anni da averlo percorso, il canale, già almeno 10 volte in entrambe le direzioni: da Republique fino alla Villette e ritorno.
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categoria:foto, luoghi, perec, camminare, kommando mcdonalds
martedì, 13 gennaio 2009
La città non è più la città. E’ un’altra cosa. Kommando McDonald

Anche via Paolo Sarpi a Milano. Infatti, via Paolo Sarpi, e la parte di strade intorno (le vie Lomazzo, Piccolini, Rosmini, Aleardi, Bramante) la chiamano Chinatown. Sono 800 metri di strada in cui due esercizi commerciali su tre sono gestiti da cinesi: ristoranti, bar, pizzerie, drogherie, empori, negozi di abbigliamento, scarpe, computer, bigioux, frutta e verdura.

E’anche isola pedonale, si può camminare liberamente, senza l’intralcio e il pericolo delle automobili. Percorrendo la strada l’occhio è colpito dai caratteri cinesi delle insegne affiancati dai caratteri latini: la scrittura è bilingue. Nella strada ci sono telecamere e paletti definiti dissuasori di parcheggio. In giro per lo più cinesi, alcuni col vestito della festa (c’è un matrimonio in corso in un ristorante), altri trascinano carrellini carichi di merce da negozi a depositi. In tutta via Paolo Sarpi vedo solo delle lanterne rosse cinesi all’ingresso di un ristorante ad angolo con una via laterale. Per il resto: palazzi milanesi, una vecchia insegna milanese di un negozio chiuso da anni, qualche impalcatura milanese intorno a un fabbricato in ristrutturazione. Tutto mi conferma che le uniche differenze tra questo posto e altre parti di Milano sono le scritte in cinese e la presenza “straordinaria” di cinesi. Insomma, nessuna “vera” Chinatown, con mandarini cinesi dai baffi sottili, nessun Fumanchù e nemmeno una fumeria d’oppio (a meno di non scoprirne una prossimamente).

Camminiamo piano, osservo lentamente.


In una vetrina una barchetta nella cui vela è inserito un orologio.

Due grandi civette con gli occhi strabuzzati.

Foto sbiadite di persone e anni lontani nella vetrina chiusa di un vecchio negozio.

Una statua dorata del Budda e piume di pavone.

Un cartello di protesta contro i regolamenti restrittivi imposti alla strada e ai commercianti di via Paolo Sarpi.

Una libreria remainder, dove compro un libro di Rudyard Kipling con lo sconto del 40%.

Ogni particolare è diverso eppure in qualche modo anche familiare. E’ familiare e in qualche modo diverso. Percepisco una sovrapposizione: i segni di un passato quasi del tutto scomparso, un presente che si è sovrapposto in parte mimeticamente, come una vernice semitrasparente su una vecchia superficie colorata.

Abbiamo incominciato così a percorrere le strade di Milano, a osservare, a prendere contatto con la città. Milano è cambiata, da quanto ho capito. Non è più la città che era fino a 20 anni fa, poniamo. So che Milano è cambiata. Ma come? In che senso? Cosa è diventata? Devo pormi delle domande, prima di tutto. Mi servono e mi serviranno nel prossimo raid e in quello successivo.

Ho scoperto che la Chinatown milanese non è poi così tanto Chinatown. Ma, anche, è qualcosa di diverso rispetto a Milano. E’ un’altra cosa. Chinatown è in tutto e per tutto Milano, ma è anche qualcos’altro. E il dubbio che mi prende, mentre pranziamo in una trattoria cinese in cui il menù è ben diverso da quello dei soliti ristoranti cinesi del centro, è che questa città sia già o stia diventando tutta qualcos’altro. Un insieme di qualcos’altro.

L’esperienza con il Kommando McDonald’s* è l’inizio di un’esplorazione in cui sarà necessario osservare ed entrare lentamente nella trama, nelle diverse trame che compongono la città. Lentamente. Ricordando con Georges Perec che

"...bisogna andare piano, quasi stupidamente. Costringersi a scrivere ciò che non ha interesse.. (...) lasciarsi cancellare dalla realtà, lasciarla imporsi senza intervenire... e fondare così la nostra antropologia (da L'Infraordinario)".

Al raid del Kommando McDonald’s di Chinatown hanno partecipato Guido Tedoldi, Dimitri Fulignati e Domenico Aliperto.

 

*Liberamente ispirato da una suggestione nata dall'incrocio tra il libro Generazione McDonald's di Francesca Mazzucato edito da Marlin, una cena in un McDonald's di Milano dopo una presentazione del libro, e una conversazione tra (in ordine sparso): Guido Tedoldi, Francesca Mazzucato, Franz Krauspenhaar, Barbara Caputo, Alice Cimini, Dimitri Fulignati, Raffaele Niro.

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categoria:letture, foto, luoghi, perec, camminare, kommando mcdonalds
venerdì, 02 gennaio 2009
Fulignati, Krauspenhaar, Massaron, Melissi, Tedoldi con Aliperto: il Kommando McDonald's domattina marcerà su Chinatown. Il Kommando alla sua prima missione. seguiranno spiegazioni e cronache.

Kommando McDonald
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martedì, 30 dicembre 2008
Su Comunitàprovvisoria di Franco Arminio, paesologo, un mio breve pezzo dedicato al ricordo di un paese della Basilicata. Si tratta di San Chirico Nuovo.
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categoria:luoghi, blog, scrittura
lunedì, 29 dicembre 2008
Dei libri della collana "Contromano", edita da Laterza, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi dipaesologia paesologia è uno tra quelli che preferisco sopra tutti gli altri. Innanzitutto per un potere evocativo racchiuso già nel titolo: Lacedonia e Candela erano i paesi che l'autostrada rasentava andando verso la Puglia (era il viaggio estivo, quello per le vacanze).

E poi ci sono altri paesi, nel libro: Teora, Andretta, Aquilonia, Mirabella, Laviano, Flumeri, Apice, Fontanarosa. Questi, e altri, riecheggiano di ricordi, passaggi, echi sismici (il terremoto in Basilicata e Campania).

E sono paesi a cui il paesologo Franco Arminio assegna la bandiera bianca, inventata per quelli "più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell'estinzione".

Alla fine della lettura, un libro prezioso, che mi paice tenere ancora sul piano della scrivania. E che mi ha spinto a proporre a Franco Arminio un testo dedicato a uno di questi paesi su cui sventola la sua ideale bandiera bianca: San Chirico Nuovo, in provincia di Potenza. Di cui ho parlato affidandomi ai ricordi lontani riemersi durante la lettura di Vento forte.
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categoria:letture, luoghi, scrittura
domenica, 21 dicembre 2008
In via Paolo Sarpi a Milano tutto parla cinese: anche lo scricchiolio dei carrellini con cui vengono trasportate lecocco merci dai depositi ai negozi. E' tutto cinese, tranne forse un negozio di profumeria, una libreria di remainder e qualche altro piccolo esercizio. Mi è sembrato finalmente altrove un altro pezzo di Milano. Che mi stia diventando più simpatica questa città?

E poi sugli scaffali del Kathay strani alimenti estrosi, polveri piccanti gamberi essiccati radici tuberi condimenti agrodolci zenzero polpette di paletuvieri alghe. E polvere di drago, purea di fanfaluca, grisbonio, tarassaco, caramelle di gliptofarmaco, giusquamio fresco, spaghetti di sorgo.

L'occhio segue enciclopedico e si adatta al panoptikon, condivide la sovrapposizione, gioisce della ridondanza.

Devo tornare a Chinatown.
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