lunedì, 30 novembre 2009
Su Nazione Indiana Gianni Biondillo pubblica un articolo dedicato a Brenda, la transessuale morta a Roma. Una persona trovata morta in casa sua, una persona coinvolta in una storia di cui tutti sanno qualcosa (e molto altro c'è da sapere). Gianni Biondillo scrive a caldo, col sentimento, col senso di colpa, con una miscela di tutto, riversa sulla pagina una lamentazione accorata.

Arrivano come di consueto quelli che di professione fanno i CMNI, ovvero i Commentatori Molesti di Nazione Indaiana. Il loro compito, palesemente è cercare di dimostrare di averlo più duro letterariamente e cercare di irridere o sminuire gli altri, che siano l'autore del pezzo o gli altri commentatori poco importa.

Questa torma di cacciottoli*, si direbbe a Napoli, si è avventata sul testo di Biondillo e si è lanciata in approfondite analisi testuali, si è ditirambata in avvitamenti critici, ha discettato, attaccato, parato, stoccato. Eppure andrebbero stoccati, sì, in un silos.

Di Brenda, che continua a non avere un cognome, nemmeno una parola. Nemmeno una considerazione, una presa di posizione. Un'occhiata rapida, tanto per far vedere, alla dominazione, alle classi subalterne, al potere.Niente. E' morta, e se mettesse 'mmiezo a' 'e muorte, si direbbe sempre dalle mie parti. Conta di gran lunga di più l'esegesi del testo biondilliano.
La chiosa sta nel titolo, con dovuto omaggio a Giuseppe Genna.

* Cani di piccola taglia, bòtoli
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lunedì, 30 novembre 2009
Andare al Libraccio in attesa che arrivi il tuo turno allo sportello dell'Anagrafe è cosa buona e giusta. Soprattutto se l'esplorazione frutta il ritrovamento di una copia di Entretiens (Storia del surrealismo 1919-1945), libro edito da Massari Editore e credo ormai "introvabile".
Torni nel salone del Comune che potrebbe anche esserci il doppio della fila, niente è un peso per te. Hai Entretiens. E inizi a leggerlo.

Sono le conversazioni di André Breton con André Parinaud, oggetto di 16 trasmissioni della Radiodiffusion francaise, mandate in onda nel 1952. Si parte da prima del 1914, dagli "Ultimi fuochi del simbolismo", passando ai rapporti con Apollinaire e Vaché (personaggio di non secondaria importanza di cui :duepunti edizioni ha pubblicato un interessante librino), all'incontro con Aragon e Soupault, procedendo per sperimentazioni dadaiste, scrittura e ipnosi, deambulazioni surrealiste e varie "stagioni" del movimento.

E' sorprendente, al di là di tutto, vedere quanti scrittori e artisti furono coinvolti, a vario titolo e in tempi differenti, nel dadaismo e nel surrealismo, anche solo come "premesse" o "fiancheggiatori". Basta un elenco approssimativo per rimanere sotta 'a bbotta 'mpressiunati*.

Soupault, Aragon, Desnos, Vitrac, Morise, Larbaud, Cravan, Tzara, Arp, Picabia, Ernst, Duchamp, Vitrac, Crevel, Eluard, Péret, Man Ray, Bunuel, Magritte, Dali.

Senza nessun intento polemico, mi chiedo se sia possibile individuare qualcosa del genere non solo qui in Italia ma in qualsiasi parte del mondo. A me sembra di no. Mi chiedo anche se ciò dipenda dal fatto che il passato e i passati intelletti possano risultare sempre e comunque "migliori" di quelli dell'oggi. Ma non credo. No. Ci dev'essere qualcos'altro che non è questo benedetto buco nell'azzoto.

* in napoletano nel testo
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categoria:letture
mercoledì, 25 novembre 2009
Ho finito di leggere Nevica e ho le prove di Franco Armino (Laterza). Quando si è spenta nella mente l'ultima frase del libro s'è acceso un lungo silenzio, segno infallibile del trionfo di quanto ho letto. Le letture trionfano, solo alcune, quelle che sono riuscite a vincere ostacoli, resistenze, stanchezze, smaliziamenti e saturazioni, a imporre per intero e fino in fondo il gusto e l'interesse che dovevano suscitare.
 

Del libro riporto un pezzetto, intitolato Appunti, che solleva una considerazione interessante. Forse origine di qualche ulteriore osservazione per chi vorrà farla.

A me piace la scrittura che frana. Più che belle pagine, m'interessa vedere chi sfascia sulla pagina i mille nascondigli, le briglie e i freni che ci impediscono di servire con meraviglia la nostra esistenza e quella degli altri.
A me piace chi scrive facendo sentire quello che siamo tutti, in bilico sui cornicioni. L'importante è avere davanti uno stato di esposizione e non un signore che esercita la sua professione.
Nei libri si devono scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli, merendine.

 
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categoria:letture
lunedì, 09 novembre 2009
Tempo fa quelli di Meltemi mi regalarono Un piede nell'Eden, una raccolta di fotografie di Luigi Ghirri uscita in occasione della mostra fatta a Bologna alle Scuderie Bentivoglio.

in una nota del 1991, pubblicata nel libretto che avvolge le foto, Ghirri scriveva:

In una delle sue ultime interviste il grande direttore d'orchestra Leonard Bernstein ricordava come, da bambino, fosse stato iniziato alla lettura da un'usanza ebraica singolare e straordinaria. L'isegnante delle scuole elementari, che seguiva la tradizione ebraica, era solita scrivere le lettere dell'alfabeto con il miele su una lavagnetta che faceva poi leccare ai bambini, perché così facendo associassero il sapore e il conoscere a qualcosa di dolce e gradevole.

Un po' come per quei bambini, i nomi dei luoghi per me hanno un sapore, o un odore, o un colore (ma anche un suono, un oggetto). Faccio un esempio: il nome Arles evoca in me, subitaneamente, Le veritable saucisson d'Arles. Subito dopo si aprirà un altro sapore odore, quello della lavanda, ma il primo rimane sempre quello del salame della cittadina provenzale.

Ne faccio un altro (fai la riverenza, fai la penitenza): le lettere che compongono la parola Tunisi sono verdi come erano verdi gli alberi frondosi di Avenue Burghiba nel caldo possente degli oltre 40° (e come potrebbero esserlo solo in quella specifica condizione).

E ancora: Atene è il colore dell'asfalto. Santorini il rosso cupo di una spiaggia vulcanica. Fasano l'odore penetrante delle carrube nella stagione della raccolta, all'ingresso del paese arrivando dalla strada per Bari. Torino la grappa di Barolo.

L'Eden è fatto di lettere.

Luigi Ghirri
Svizzera, 1971-73
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categoria:visioni, letture, foto, luoghi
lunedì, 05 ottobre 2009
Lopez è qui. In via Fatebenefratelli e all'Idroscalo, la vasca d'acqua putrida ronzante zanzare (anche se nella realtà narrativa non ci sono le zanzare, che è pieno inverno e l'acqua è ghiacciata). Seguo i primi passi de Le teste di Giuseppe Genna: è come un viaggio.

Ricordo: Joel Peter Witkin, mostra dentro il Palazzo Reale di Milano, edificio sovraccarico di memorie che suscitano indifferenza e nemmeno sono più memorie, le notti di sonno trascorse lì dal corpo nano di Napoleone, e le fotografie imbecilli e pretenziose di questo falso artista neobarocco nell'esposizione, l'irritazione che avevo provato, da solo come sempre, di fronte all'oscenità delle immagini crude, violente, sospese in un freezing innaturale, nature morte che nulla possedevano di naturale: una teoria di corpi mutilati, di cadaveri, un corpo afflosciato seduto sopra il water: gli mancava la testa, c'era un buco, un cratere scuro, di sangue coagulato. Più avanti, l'immagine di una donna monca, che con protesi a forma di cono teneva tra le mani la testa decapitata di un anziano: sembrava che dormisse... Tutto osceno perché mostrato con il filtro di una pretesa assenza di giudizio, questo spettacolo che non è la morte, non è affatto.

Il breve testo del libro che riporto è Umanesimo e Intelligenza. Le lettere maiuscole sono una necessità dovuta ai limiti del linguaggio scritto. Le teste è anche un romanzo giallo, sì, ma anche il dischiudersi di un universo. Ovvia, si direbbe in Toscana, è Letteratura.

Assonanza sonora    
Assonanza teorica: si veda Carmelo Bene dire dell'Osceno


Opera di Joel Peter Witkin
 
Opera di Giuseppe Genna
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categoria:visioni, letture, scrittura
giovedì, 10 settembre 2009
Il flauto di Gheorghe Zanfir introduce ufficialmente il Grande Dio Pan nel film Picnic a Hanging Rock di Peter Weir. Di cui, giusto per esaurire il problema subito va detto: è un film a struttura debole, carente di tutto il baricentro che in un thriller è situato nel finale. Liberato di questa fastidiosa necessità, conta dire che Hanging Rock è raccontato da una fitta rete di simboli, di cui è meglio tacere per non correre il rischio di snaturarli nella parola scritta, simboli che hanno valore solo nel momento in cui sono immagine percepita.

Ci si può approssimare per idee, però.

Picnic a Hangingh Rock è quanto di più vicino alla Natura, ovvero alla natura nella sua irriducibile e antiumanistica dimensione, abbia mai visto su uno schermo cinematografico. Le immagini, le scene e le sequenze di Weir riescono a essere molto più espressive: sembrano sempre suggerire altro, premettere che la percezione non è qualcosa dato una volta per tutte.

E sono delle ragazzine di un collegio australiano in gita, almeno alcune di esse, che si trovano faccia a faccia con la Natura: e scompaiono, piccolo gruppo avventuratosi verso la cima di Hanging Rock dopo che tutti gli orologi dei gitanti si sono fermati. Tra loro Miranda, attratta dalla natura, dalla roccia mesmerica che si erge verso le nuvole, dall’indefinito, dal segreto.

E manca una spiegazione, un perché della scomparsa, una soluzione. Weir non si preoccupa di fornirla bella e pronta allo spettatore. Rimane la scena delle tre ragazze che, in una processione a rallentatore, di spalle, si vedono scomparire tra le fenditure della roccia senza mai voltarsi né ascoltare le grida di una quarta compagna rimasta indietro.

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categoria:visioni, letture, ascolti
lunedì, 25 maggio 2009

Volete leggere qualcosa dedicato a Orsa e Lefty? Scritto col cuore?

Allora leggete questo!



MIMESIS EDIZIONI

 

DAI BLOG AI SOCIAL NETWORK

Arti della connessione nel virtuale

 

a cura di

Maria Maddalena Mapelli e

Umberto Margiotta

 

 

Isbn 9788884838490 - Anno 2009

Euro 16,00

IN LIBRERIA dal 10 Giugno 2009

Già acquistabile su  www.mimesisbookshop.com

 

In questo volume si raccolgono gli esiti del lavoro di ricerca condotto nell’ambito del progetto Ibridamenti. Oggetto dell’indagine sul campo sono nove blog, tra i quali blog noti come Catepol 3.0 (di Caterina Policaro) e Pro-fumo (di Daniele Devoti) o blog di nicchia come il blog letterario Colfavoredellenebbie (di Zena Roncada) o il blog salotto formato dagli affezionati alla community di lefty333boy e orsarossa. Il volume inoltre, oltre a raccogliere alcune testimonianze tra coloro che per primi hanno abitato il social network Facebook, cerca di verificare lo stile di connessione di alcuni blogger all’interno di ambienti come Twitter e Friendfeed. Viene infine proposta una lettura qualitativa dell’account Facebook dello scrittore Aldo Nove.

Si tratta di ricognizioni sistematiche che hanno messo in luce, grazie all’affinamento degli strumenti di osservazione, la specificità dei singoli nodi analizzati, le risposte creative, uniche e irriducibili a standardizzazioni, che ogni singolo nodo ha generato all’interno della rete.

La ricerca condotta dalla Community di Ibridamenti dimostra alla fin fine che se si affinano gli strumenti di osservazione, non è più possibile intendere la rete come il luogo dell’annientamento delle differenze e dell’omologazione identitaria. Essa apparirà piuttosto come una formidabile occasione per sperimentare, oltre la cogenza dei dispositivi, un uso creativo, costruttivo e formativo delle nuove tecnologie.

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categoria:letture, blog
mercoledì, 22 aprile 2009
Da poco più di un mese il luogo dove riesco a leggere è la metropolitana. Dentro la metropolitana negli ultimi giorni ho letto New Italian Epic di Wu Ming.

Devo dire che si tratta di un libro pieno di spunti molto interessanti, e che riuscivo a comprendere nonostante il mio cervello sia una risaia.
Una delle cose che mi è piaciuta tanto, più del prosciutto crudo è questa, che ha a che fare con il requiem del Postmoderno:

Il decorso del postmodernismo si può descrivere in una sola frase: col tempo "buttarla in vacca" è diventato sistematico. Buttarla in vacca a volte è importante. In certi casi può essere salutare, liberatorio, ma è come farsi in vena: diventi dipendente, non riesci più a finire un discorso, come Tom Cruise che scoppia a ridere al Tonight Show e non è più in grado di articolare una frase di senso compiuto. Il postmodernismo da discorso di "opposizione", seppure indistinta, è divenuto dispositivo di cooptazione di ogni enunciato critico in un mondo dove il linguaggio rimanda sempre e ossessivamente a se stesso, i segni rimandano sempre e solo ad altri segni e la critica si autoannulla tra ghigni e cachinni, fino all'apologia dell'indicibilità, dell'ineffabilità, dell'assenza di qualunque senso, dell'equivalenza di questo e di quello.
Se l'ironia diviene onnipresente, la sua valenza critica s'azzera.

Tanto che m'è piaciuto questo pezzo che c'ho infilato un biglietto della metropolitana tra le pagine, ho osservato una signora dal viso ebete che leggeva un articolo intitolato "Nina Moric s'infuria" e poi m'è venuta in mente una cosa:

quella riflessione di Wu Ming mi portava su una spiaggia dove un cetaceo si spiaggia: la bacheca di FacciaLibro gestita da Aldo Nove!
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categoria:letture, blog, scrittura
domenica, 12 aprile 2009
1 Il Corsaro Nero, Emilio Salgari
2) Sulla strada, Jack Kerouac
3) Il buon soldato Sveik, Jaroslav Hasek
4) Se una notte d'inverno un viaggiatore, Italo Calvino
5) Entropia, Thomas Pynchon
6) Sorriso di ignoto marinaio, Vincenzo Consolo
7) I volatili del Beato Angelico, Antonio Tabucchi
8) Memoriale del Convento, José Saramago
9) Vita istruzioni per l'uso, Georges Perec
10) Il libro nero, Orhan Pamuk
11) Mediterraneo, Predrag Matvejevic
12) La via dei canti, Bruce Chatwin
13) Le strade blu, William Least Heat Moon
14) Il nome della rosa, Umberto Eco
15) Dracula, Bram Stoker
16) Tre uomini in barca, Jerome Klapka Jerome
17) Racconti neri dell'India, Rudyard Kipling
18) Il ragazzo rapito, Robert Louis Stevenson
19) Taccuini, Henry James
20 Racconti, Edgar Allan Poe
21) Il segno dei quattro, Arthur Conan Doyle
22) Il dizionario dei Chazari, Milorad Pavic
23) Racconti, Anton Checov
24) La pazienza dell'arrostito, Guido Ceronetti
25) La follia che viene dalle ninfe, Roberto Calasso
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categoria:letture
mercoledì, 25 marzo 2009
Certi libri hanno il merito di restituirci un autore diverso da come ce lo potevamo immaginare. Certi libri, per meglio dire, aprono di un autore stanze che non conoscevamo. Si potrà dire che è quasi scontato. Ma a me piace proprio mettere in evidenza quel quasi.

Il libro che questa volta mi ha fatto scoprire qualcosa in più dell'autore mi ha fatto scoprire anche qualche altra cosa di un altro autore. Il primo è Francesco Forlani, che ha scritto Autoreverse, edito da l'Ancora del Mediterraneo dell'ottimo Stefano De Matteis, che è dedicato, appunto, a un altro autore: Cesare Pavese.

Nel libro di Francesco Forlani i piani narrativi non sono uno solo, e la storia che si dipana intorno a Cesare Pavese non è una sola. Una recherche pavesiana, ma anche un coro di voci di immigrati del Sud nella città di Torino, di amanti reali o presunte di Pavese, e la voce stessa dell'Hotel Roma, dove Pavese trascorse le sue ultime ore di vita, lasciando un'orma indelebile nelle stanze dell'edificio e nella memoria delle persone.

In attesa di scrive altrove qualcosa di più organico e articolato su questo libro, intanto invito alla lettura.
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