Il cerchio che formano è lontano chilometri da quello formato intorno dai gadji, noi. Nemmeno ci guardano: i loro sguardi non incrociano quelli autoctoni, sono chiusi nella rete del gruppo, come in una sfera più piccola dentro una sfera più grande, mai in contatto. E i loro abiti: coprono il corpo, le gonne plissettate e ampie delle donne come le giacche e i giubotti degli uomini, mentre quelli dei gadji sono attillati, esaltano il corpo, lo sottolineano.
Opposizioni binarie si susseguono in fretta tra una fermata e l'altra: sedentari/semisedentari, fuori/dentro, ordine/disordine, pulito/sporco, rassicurante/pericoloso, domestico/selvaggio, conosciuto/sconosciuto, uguale/diverso, domestico/estraneo.
I Gadji osservano curiosi i Rom. Donne tiratissime in pantaloni contemplano ciocche arruffate, mani sporche e gonne stropicciate. Uomini sotto iPod rimuginano pensieri di lavoro davanti a denti d'oro, borse piene di averi in transito, risate fragorose.
Sono Altro, si direbbe con l'antropologia, sono lo Straniero, si direbbe con Derrida. Ma l'idea che i Gadji hanno di loro è vaga oscura piena di sospetto di paura timore: è facile avere paura. Da lì scende tutto il resto.
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