giovedì, 07 maggio 2009

PicabiaSatieTutto d’entr’acte entrano in campo l’esoterico Satie e il surrealistico Picabia: da sinistra e destra, uno in bombetta e ombrello, l’altro scapigliato e scamiciato, saltellano come seduti su palloni invisibili e ballonzolanti e raggiungono un cannone il cui occhio scuro è puntato sulla città di Parigi. Lo caricano e sparano. Si aprono così le danze di Entr’acte, lungometraggio realizzato da René Clair nel 1924 su soggetto dello stesso Picabia, prodotto da Rolf de Maré e musicato da Eric Satie (che quattro anni prima aveva prodotto Musique d’ameublement), destinato alla proiezione tra i due tempi del balletto Relache (cofirmato dal duo Picabia/Satie), della compagnia dei balletti svedesi. Nel film s’addensa nella veste di attori una pattuglia di surrealisti e simpatizzanti di avanguardia: Marcel Duchamp e Man Ray che giocano a scacchi, Georges Auric, Marchel Achard, Georges Charensol, Georges Lacombe, Roger Le Bon, Jean Mamy, Pierre Scize e Louis Touchages che partecipano a un corteo funebre. E anche Inge Friss, Jean Borlin, Darius Milhaud.

Un balletto nel balletto: dopo la cannonata incipitaria Duchamp e Man Ray giocano a scacchi in Place Vandome fino a quando un getto d’acqua non spazza via la scacchiera, pugili si muovono in Place de l’Opéra, fiammiferi si animano grazie alla tecnica dello scatto singolo, una barchetta di carta naviga nel cielo di Parigi, un cacciatore tirolese prende la mira su un uovo bagnato da uno spruzzo d’acqua puntando il fucile direttamente in camera, in direzione dello spettatore.

Inizia la fine. Prende il via un corteo funebre, a cui prendono parte persone che recano ghirlande di fiori al collo, incolonnati dietro il carro funebre trainato da un cammello e adorno di ghirlande di pane (che i partecipanti al corteo mangiano). Nel corteo ricompare Marcel Duchamp, questa volta nei panni di Rrose Selavy, mentre il carro funebre s’infila in una discesa e prende sempre più velocità: il corteo funebre lo segue in un crescendo frenetico di velocità che ricorda una corsa automobilistica. Alla fine il feretro è sbalzato dal carro funebre e finisce in un prato. Dalla bara allora sbuca fuori un prestigiatore, lo stesso cacciatore tirolese di prima, che con l’ausilio di una bacchetta fa scomparire tutti i presenti e poi se stesso.
Scena finale: un cartellone bianco con la scritta FINE è lacerato da un “cannoniere” visto in apertura, ma un calcio lo fa tornare indietro con la scena che si riavvolge e la scritta FINE ritorna alla sua interezza.

Come nella migliore tradizione dadaista le singole immagini, o singole sequenze di immagini, sono al centro dell’interesse di Clair, che scrive con Picabia un film che prima di essere narrativo (lo sforzo della ricostruzione sta tutta allo spettatore) è, appunto, giustapposizione di immagini, o meglio, associazione e affiancamento di immagini non necessariamente legate tra di loro da codici immediatamente individuabili, dove il lavoro dell’occhio e di quanto vi è collegato è, per prima cosa, il guardare, il seguire il balletto visivo, l’accelerazione, il ritmo, la sequenza. Tutti insieme confluiscono in Entr’acte surrealismo, dadaismo, orfismo, cubismo e commedia, abitando lo spazio cittadino di quella Parigi di primi del ‘900 che aveva e avrebbe ulteriormente attratto lo sguardo dei registi francesi, e che stava ospitando uno dei momenti più “sovversivi” dell’arte e della cultura europea.

In seguito, nel 1926, Clair avrebbe realizzato il suo secondo film, Un cappello di paglia di Firenze, dove l’accelerazione presente in Entr’acte acquisisce le cadenze ossessive e frenetiche di un incubo.

Il testo è stato pubblicato sulla rivista Nocturno (aprile) all'interno di uno speciale sul cinema surrealista realizzato dall'ottimo Andrea Bruni, che ringrazio. Saluti.

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mercoledì, 20 febbraio 2008
La musica per la politica.
Non siamo al concerto del Primo Maggio ma all’appena conclusa 58ma Berlinale. Il compromesso esiste ormai da anni (cartellino da timbrare da tutti i film-festival, Venezia compresa) ma in quest’occasione è stato fin troppo palese: se gli sponsor se ne fregano del tradizionale cartellone berlinese d’impegno socio-politico, bisogna attirarli con il glamour.
Ma in penuria di vari divi del cinema - quest’anno inclini a snobbar il festival tedesco decisamente sottotono - Herr Kosslick ha furbescamente invitato l’olimpo della musica. Che è sceso, trionfando con le massime divinità: dai Rolling Stones a Madonna, da Patti Smith a Neil Young.
Soddisfatti gli sponsor e le folle adoranti di fans, la giuria (monca di 2 elementi, mai sostituiti) si è potuta sbizzarrire nel dare i due premi principali ai film di denuncia più esplicita: Orso d’oro a Tropa de Elite del carioca José Padilha e Gran premio della giuria al documentario Standard Operating Procedure di Errol Morris. Due pugni nello stomaco accomunati dalle nefandezze compiute rispettivamente dalla polizia specializzata nelle favelas di Rio e dall’esercito Usa nella prigione di Abu Ghraib. Contenuti che superano la forma, per un cinema che, almeno nell’opera brasiliana, non è “di livello”. Almeno non quanto il capolavoro assoluto di questo festival e non solo – Il petroliere – premiato per la regia a P.T. Anderson e per la colonna sonora straordinaria di Jonny Greenwood dei Radiohead: non a caso, ancora musica firmata dagli dei.
Dal palmarès l’Italia era esclusa quasi a priori (le minacce di scomuniche montate su Moretti non servono alle giurie e anzi sono una vergogna da non esportare..); l’unica menzione è andata con merito al doc sui Dico Improvvisamente l’inverno scorso della coppia Ragazzi-Hofer, premiati con il Manfred-Salzgeber-Preis. Chiuse le porte di Potsdamer-Platz, ora lo show biz del cinema naviga già verso la Croisette. E qui c’è speranza tricolore, essendo quasi certa la presenza dell’atteso Gomorra di Matteo Garrone. Il buon auspicio viene proprio da Berlino, al cui sempre vivace European Film Market il film è stato pre-venduto a un manipolo di territori rilevanti, e tra questi c’è anche la Francia.

dall'inviato a Berlino
Anna Maria Pasetti
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giovedì, 31 gennaio 2008
I film non mancano. Anzi, in un'ipotetica e futuribile classifica dei "meglio" titoli usciti complessivamente nel 2008, i film di queste prime settimane potranno trovare un posto di rilievo. Il dito punta dritto a due capolavori - ad opinione di chi scrive - tanto diversi quanto straordinari. Cous cous del franco-tunisino Abdellatif Kechiche (nelle sale dall'11 gennaio) pluripremiato all'ultima Mostra di Venezia e Into the Wild di Sean Penn, tratto dall'omonimo libro cult di Jon Krakauer (in Italia uscito con Nelle terre estreme), nei cinema da venerdì 25 gennaio.
Ma non solo. L'offerta di qualità si chiama anche La famiglia Savage della regista Tamara Jenkins, American Gangster di un Ridley Scott tornato in gran forma, e Il Falsario ispirato a un'incredibile storia vera durante l'Olocausto, diretto dall'austriaco Stefan Ruzowitzky.

Anna Maria Pasetti
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categoria:cinema
martedì, 15 gennaio 2008
Allora.
C’è l’imperatore Pascalone che è sposato con l’imperatrice Teresella*.
Teresella ha avuto una storia con il figlio del marito, nato da una precedente moglie. Poco alla volta si viene a sapere che Pascalone sta facendo avvelenare ogni giorno Teresella perché il fatto del figlio non lo butta proprio giù. Teresella scopre il complotto di Pascalone grazie all’entrata in scena della di lui prima moglie, ufficialmente data per morta da Pascalone. La prima moglie, Nanninella, odia orribilmente Pascalone, che ai vecchi tempi le aveva fatto sterminare la famiglia. Nanninella chiede a Teresella di vendicarla. E Teresella incomincia a ordire il suo piano. Ne mette al corrente il figliastro ed ex amante, Gennarino, che intanto ha una storia d’amore con Patriziuccia.

Poi Teresella mette a parte del complotto per detronizzare Pascalone anche il secondo figlio, Totore, valente soldato, che si schiera subito dalla parte della madre.

Ma intanto, quel fetente di Pascalone manda a casa della ex moglie Nanninella sicari mascherati per farla fuori con tutta la famiglia. Nanninella riesce a scappare e anche la figlia Patriziuccia scappa per raggiungere a palazzo l’amato Gennarino.
Intanto è iniziata la festa del crisantemo. E tutti si adoperano per rovinarla:

Pascalone fa uccidere la ex moglie e la figlia Patriziuccia. E sì Patriziuccia è la figlia di Nanninella, e ama (orribile agnizione) il fratello, ovvero l’amato Gennarino. Mentre le polveri della tragedia divampano il figlio imperiale più piccolo, il più fesso, Ciruzzo, colpisce a morte il fratello più grande, Gennarino, dicendo che lui voleva fare l’imperatore, e che aveva sempre odiato Gennarino. E così Gennarino muore, e Pascalone, travolto da insana ira, uccide a cinghiate il figlio più piccolo. Intanto arriva il secondo fratello, Totore, che sfida l’esercito del padre, ma ne è sopraffatto. Viene portato dinanzi al padre e alla madre. Pascalone conferma la condanna di Teresella, e pone al figlio la condizione per essere risparmiato: somministrare alla madre personalmente, ogni giorno, la medicina che contiene il veleno. Totore non ci sta e si pugnala.

Fine della storia.

 Io ci ho provato a raccontare la trama de La città proibita di Zhang Yimou. Però, ‘sti cinesi.

*I nomi dei personaggi non me li ricordo proprio!

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martedì, 18 dicembre 2007
di Anna Maria Pasetti

Per i romani o presunti tali nessuna serata pre-natalizia è concessa attorno al focolare. Specie se i capitolini in questione hanno a che fare – anche solo marginalmente – con quel magico mondo del cinema, di cui l’Urbe è indiscusso cuore pulsante nel Belpaese. Rande-vouz, parties, receptions, dj sets per non parlare di apetizers, dinners, suppers, late drinks.. il tutto preceduto dalla sacra parola Christmas, o meglio Xmas – che fa più cool. Ce n’è per tutti i gusti: dallo shabby-chic al proto-shock, dal pop-vintage allo psychedelic-zen. C’è del godimento creativo nel bestiario anglofono di cui sopra, of course, ma questo basti a far luce su come l’ozio romanaccio si tramuti in improvviso frenetic-rush alla ricerca della festa che assolutamente «‘un te devi perde, ché sennò stai a rosicà pe’ anni». Digerite le premesse, l’obiettivo va puntato su un party(colare).

L’organizzatore è Studio Universal tra i più gettonati worldwide, figuriamoci attorno ar colosseo. C’è chi farebbe a pugni per un cromatico invito della tv hollywoodiana. La fortuna (e la professione) ce lo hanno fornito. La location (voto: 10 e lode) è stata scelta da chi il divertimento lo sa inventare, proliferare e ben propagandare. Trattasi del Brunswick Bowling di Lungotevere Acqua Acetosa (non essendo romana chi scrive, c’è voluto il Tuttocittà con cui comunque perdersi..). All’ingresso già si capiva da costumi e la musica all around – oltre all’odore di fritture – che come minimo era possibile incontrare Fonzie in persona, catapultato direttamente dai suoi Happy Days. Questo era, difatti, il tema. Un’immersione negli American Graffiti, negli Happy Days, nel drive-in, nel twist o il rock’n roll, nelle slot machines, nelle onion rings e negli hamburger, con birra a fiumi ma soprattutto tra le regine del tempo libero della provincia USA: le piste di bowling.L’accoglienza (voto: vedi sopra) non ha permesso che anche i più inclini alla noia infusa dalla mondanità (come la sottoscritta) potessero cadervi vittime. Tutt’al più hanno permesso che gli smockers ripiegassero in un rifugio loro riservato: provvidenziale protezione dal gelo che nel frattempo si abbatteva sulla Capitale. E ovviamente, non è mancato lo starsystem anche se un po’ de noantri; tra i volti noti (almeno a chi scrive) alcuni registi: Cinzia Th Torrini, Luca Guadagnino, Davide Marengo, Giovanni La Parola. E l’attore Lorenzo Balducci.

In chiusura, a orari flessibili ma per tutti poco sobria, l’atteso omaggio natalizio: il richiesto (quasi quanto quello delle Forze dell’ordine) calendario di Studio Universal, che quest’anno si intitola Babywood. Racchiude preziose immagini in b/n un po’ retrò mostrando bimbi inseriti nei set di alcuni famosi top movies della Universal.
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venerdì, 14 dicembre 2007
Chi vuol leggere una recensione al film Irina Palm, della giornalista Anna Maria Pasetti,  può andarci. Permesso accordato.
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domenica, 30 settembre 2007
Una delle conseguenze principali delle profonde e rapide trasformazioni dell’economia globale è unaIn questo mondo libero sempre più sfruttata forza lavoro, che quest’economia sostiene e che di queste trasformazioni paga il prezzo più alto in termini di frammentazione di classe, carenze di diritti e rappresentanza, ricattabilità. Si sta affermando l’occupazione a termine - quindi la precarietà – e qui è andato a scavare Ken Loach. La sua protagonista Angie (una sanguigna Kierston Wareing) - ragazza madre con capacità ed esperienza in un’agenzia interinale - decide di mettersi in proprio insieme ad un’amica. Energica, impulsiva, rozza e contraddittoria, non trova tempo per dedicarsi a suo figlio che ha problemi disciplinari a scuola, ma per garantirgli un futuro è disposta a non guardare in faccia a nessuno; era stata licenziata per essersi ribellata a un palpeggiamento e ora per una serata di sesso chiama dei ragazzi che si erano rivolti alla sua piccola società per un impiego; ospita temporaneamente in casa una famiglia di migranti, però quando non sa dove alloggiare alcuni lavoratori fa sgomberare l’accampamento in cui questa aveva trovato sistemazione. Nella stessa persona, «sentimentalismo e spietatezza, due cose che spesso vanno a braccetto» dice – descrivendola - Loach. Seguendo l’intelligente, problematico e nuovo punto di vista del fedele sceneggiatore Paul Laverty (premiato a Venezia) e del regista, l’iniziale vicinanza alla giovane donna diventa distacco lungo la discesa nell’abiezione di questa moderna kapò, che cercando la scorciatoia disperata nel folto e rischioso sottobosco dell’attività al nero si scontra presto col potere della mafia. E altrettanta distanza separa Angie dal padre, testimone di una dignità operaia sindacalizzata oggi in pensione come lui. I nuovi schiavi che arrivano in Occidente da tutto il mondo - soprattutto dall’Europa dell’Est - compongono la drammatica massa indistinta di questa terza parte (dopo Bread and roses e un Bacio appassionato) della “trilogia sull’immigrazione”. In cui Loach torna al tono angosciato e negativo di Paul, Mick e gli altri, perchè In questo mondo libero vige la legge del più forte, che non sta dalla parte dei buoni.

Federico Raponi
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categoria:cinema
mercoledì, 23 maggio 2007
L’aridità delle rappresaglie, stagione secca (Daratt,appunto) che è strascico di ogni guerra civile. Nel casoDaratt del Ciad una tragedia di lungo corso, cominciata nel 1965. E come sempre accade in tutti i conflitti, non solo fratricidi, «la cosa più terribile – sostiene il regista Mahamat-Saleh Haroun - è che vengono legittimati tutti i crimini». Il cineasta conosceva molte persone tra le 40 mila uccise o scomparse negli anni (anche un parente), e ha dovuto abbandonare il paese da esiliato. Ogni volta, tornando, gli capitava di incontrare gli ex-carnefici che hanno ucciso, violentato, bruciato e saccheggiato, e ora detengono il potere. E capisce quanto sia proprio il senso d’ingiustizia ad alimentare l’odio. In più, «esiste in Africa, oggi, una generazione di orfani che non hanno riferimenti, né referenti. E’ molto difficile, ad esempio, vedere i film dei nostri predecessori». Eccolo allora girare un piccolo film che si fa riflessione dal respiro collettivo - tra polvere, sudore e farina di un panificio artigianale – sulla necessità della fine dello spargimento di sangue, con l’intento di offrire un contributo di immaginario ad una nuova identità. Utilizzando attori non professionisti, Haroun ha vietato agli interpreti di parlarsi prima e dopo le riprese, non ha effettuato prove e si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria a Venezia.

Un panettiere con un passato da criminale di guerra, già scampato per un soffio ad una mano assassina che lo ha reso invalido. Armi nell’armadio, alle volte ancora preda di scatti d’ira, ma alla ricerca di redenzione attraverso la pratica religiosa, la beneficenza, l’insegnamento del mestiere, il tentativo di adozione. E poi un ragazzo con una missione omicida affidatagli dal nonno e un rancore che gli rende difficile relazionarsi agli altri. Trova, conflittualmente, una figura paterna ed un lavoro in cui canalizzare le pulsioni, rendersi autosufficiente, provare gratificazione. Nell’esemplare scontro-incontro tra un giovane e un adulto - psicologico, semplice e complesso a un tempo - la tensione sociale della nazione. Alle basi di un domani diverso non ci sarà perdono né riconciliazione, ma almeno neanche vendetta.

Federico Raponi
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categoria:cinema
mercoledì, 16 maggio 2007
E’ un’inquietudine indimenticabile quella generata dallo sguardo di Jenny. I suoi vent’anni pesano di quelQuattro minuti dolore che resta indelebile, perché troppo spesso ha superato la soglia della sopportabilità. Il suo presente vive di ostilità e nei confini di una cella, perché il suo crimine si chiama omicidio. Nel futuro – dunque – il nulla. L’unica gioia che riesce a prevalere sull’incubo quotidiano è il sogno ad occhi aperti di tornare a suonare il pianoforte, abilità per la quale Jenny ha vero talento. Lo scopre l’ottantenne insegnante di piano signora Krüger il cui passato dà ragioni della rigidità comportamentale. Un incontro, quello tra le due donne, che si trasforma da impossibile a risolutivo.

Quattro Minuti è il secondo lungometraggio del tedesco Chris Kraus, dopo Shattered Glass del 2002. Già premiato per la sceneggiatura, il lavoro ha richiesto 8 anni per essere sviluppato perché “una storia attorno a un’artista equivale a una premessa folle”, rivela Kraus. Ma ne è valso il tempo e la dedizione, perché Quattro Minuti, in calo unicamente in un finale consolatorio e prevedibile, è accompagnato da dialoghi puntuali e scelte di regia di alto livello. Senza trascurare le interpretazioni penetranti e impeccabili delle due protagoniste: da una parte la veterana Monica Bleibtreu, dall’altra l’esordiente Hannah Herzsprung. Anche se di minor valore rispetto al magnifico Le vite degli altri, come questo Quattro Minuti si iscrive a pieno diritto nel gruppo di opere tedesche che stanno riportando in alto il cinema di questo Paese.

Anna Maria Pasetti
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domenica, 15 aprile 2007
“Sapere tutto” era il compito principale della STASI (Ministero  per la Sicurezza dello Stato) dell’exLe vite degli altri Germania dell’Est. Un controllo totale sulla popolazione, attraverso 13 mila funzionari e 170 mila collaboratori non ufficiali, che andava capillarmente dalle microspie nelle case all’apertura col vapore delle buste delle lettere. L’esercito di occhi e orecchie componeva un “grande fratello” orwelliano al servizio di un regime del sospetto secondo cui ognuno era un potenziale traditore pronto a fuggire ad Ovest. Il conseguente deficit di libertà si accompagnava al degrado sociale (con la rottura dei basilari vincoli di solidarietà qualunque cittadino - o addirittura partner sentimentale - poteva trasformarsi in spia), nel terrore di finire vittime di una scientifica repressione tesa all’annichilimento del singolo. Un tale sistema delirante d’onnipotenza per forza di cose degenera, in quanto la disciplina arriva a piegare l’etica; per cui “i pezzi grossi vanno lasciati fuori” anche se commettono errori, quando si vuole un colpevole a tutti i costi le prove si possono creare, chi fa parte dell’apparato gode di privilegi. Seppure il fallimento del modello veniva nascosto, stava lì a dimostrarlo un dato: nel 1976 la DDR è stato il secondo paese europeo per numero di suicidi, e l’anno successivo le autorità - che li liquidavano come “assassini di sè stessi” - smisero di conteggiarli.

Sono, questi, alcuni degli aspetti egregiamente toccati da le Vite degli altri, Oscar per il Miglior Film in Lingua Straniera, potente e complessa opera prima diretta e sceneggiata da Florian Henckel von Donnersmarck (studi di regia con Richard Attenborough, ha scritto e diretto diversi e premiati cortometraggi). Mosso da esperienze personali, il cineasta si è dedicato per quasi 4 anni a ricerche d’archivio, studi della letteratura, interviste ad esperti storici e testimoni diretti, visite ai luoghi, e la maggiorparte della sua troupe ha vissuto sotto il governo del Partito Socialista Unificato Tedesco. Ambientata nel grigio squallore del 1984, la pellicola analizza in maniera esemplare, con tensione e sensibilità, il rapporto tra Arte e Potere, i meccanismi burocratico-psicologici, l’irriducibilità dei valori umani, assurgendo - proprio nel rigore della ricostruzione - a riflessione metastorica.

Federico Raponi
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