Ci si può approssimare per idee, però.
Picnic a Hangingh Rock è quanto di più vicino alla Natura, ovvero alla natura nella sua irriducibile e antiumanistica dimensione, abbia mai visto su uno schermo cinematografico. Le immagini, le scene e le sequenze di Weir riescono a essere molto più espressive: sembrano sempre suggerire altro, premettere che la percezione non è qualcosa dato una volta per tutte.
E sono delle ragazzine di un collegio australiano in gita, almeno alcune di esse, che si trovano faccia a faccia con la Natura: e scompaiono, piccolo gruppo avventuratosi verso la cima di Hanging Rock dopo che tutti gli orologi dei gitanti si sono fermati. Tra loro Miranda, attratta dalla natura, dalla roccia mesmerica che si erge verso le nuvole, dall’indefinito, dal segreto.
E manca una spiegazione, un perché della scomparsa, una soluzione. Weir non si preoccupa di fornirla bella e pronta allo spettatore. Rimane la scena delle tre ragazze che, in una processione a rallentatore, di spalle, si vedono scomparire tra le fenditure della roccia senza mai voltarsi né ascoltare le grida di una quarta compagna rimasta indietro.







