Appena uscito dalla redazione sono filato dritto in Corso Buenos Aires, alla Feltrinelli. Sono sceso giù, nella sezione libri e mi sono messo in caccia. Tra le novità non c’era quello che cercavo: ho visto solo il nuovo libro di Brizzi, che mi interessa perché è un resoconto di un viaggio a piedi, dal Tirreno all’Adriatico (un progetto che accarezzo da tempo), ho tralasciato il resto. Sono passato allo scaffale delle proposte, e l’ho trovato. Beh, sto parlando (o scrivendo) di Perceber, il libro di Colombati pubblicato da Sironi nella collana “Questo e altri mondi”. Ora è qui sulla scrivania, e la copertina rossa si intona perfettamente con la stoffa tunisina che ricopre il piano per più di metà. Osservo l’illustrazione, un disegno di Haluk Akakçe (Untitled, 2002), leggo le note di Alessandro Piperno, e poi la prima sorpresa: due mappe con i Quartieri e i Rioni di Roma. Sono già felice: mi piacciono le cartine geografiche, le mappe, le piantine, gli stradari. Bene, mi dico, il romanzo è legato a una territorialità, a una spazialità, a dei luoghi. Si potrà dire, qualsiasi cosa è legata allo spazio. Grazie. Ma inserire in apertura di libro due mappe mi sembra qualcosa di più. E’ come se il romanzo, ancor prima di leggerlo, abbia iniziato a narrarsi attraverso la trasposizione grafica, sulla pagina, dello spazio in cui si muove-si muoverà. E’ questo quello che incomincio a perceber. Ora devo leggere.








