Tutto d’entr’acte entrano in campo l’esoterico Satie e il surrealistico Picabia: da sinistra e destra, uno in bombetta e ombrello, l’altro scapigliato e scamiciato, saltellano come seduti su palloni invisibili e ballonzolanti e raggiungono un cannone il cui occhio scuro è puntato sulla città di Parigi. Lo caricano e sparano. Si aprono così le danze di Entr’acte, lungometraggio realizzato da René Clair nel 1924 su soggetto dello stesso Picabia, prodotto da Rolf de Maré e musicato da Eric Satie (che quattro anni prima aveva prodotto Musique d’ameublement), destinato alla proiezione tra i due tempi del balletto Relache (cofirmato dal duo Picabia/Satie), della compagnia dei balletti svedesi. Nel film s’addensa nella veste di attori una pattuglia di surrealisti e simpatizzanti di avanguardia: Marcel Duchamp e Man Ray che giocano a scacchi, Georges Auric, Marchel Achard, Georges Charensol, Georges Lacombe, Roger Le Bon, Jean Mamy, Pierre Scize e Louis Touchages che partecipano a un corteo funebre. E anche Inge Friss, Jean Borlin, Darius Milhaud.
Un balletto nel balletto: dopo la cannonata incipitaria Duchamp e Man Ray giocano a scacchi in Place Vandome fino a quando un getto d’acqua non spazza via la scacchiera, pugili si muovono in Place de l’Opéra, fiammiferi si animano grazie alla tecnica dello scatto singolo, una barchetta di carta naviga nel cielo di Parigi, un cacciatore tirolese prende la mira su un uovo bagnato da uno spruzzo d’acqua puntando il fucile direttamente in camera, in direzione dello spettatore.
Inizia la fine. Prende il via un corteo funebre, a cui prendono parte persone che recano ghirlande di fiori al collo, incolonnati dietro il carro funebre trainato da un cammello e adorno di ghirlande di pane (che i partecipanti al corteo mangiano). Nel corteo ricompare Marcel Duchamp, questa volta nei panni di Rrose Selavy, mentre il carro funebre s’infila in una discesa e prende sempre più velocità: il corteo funebre lo segue in un crescendo frenetico di velocità che ricorda una corsa automobilistica. Alla fine il feretro è sbalzato dal carro funebre e finisce in un prato. Dalla bara allora sbuca fuori un prestigiatore, lo stesso cacciatore tirolese di prima, che con l’ausilio di una bacchetta fa scomparire tutti i presenti e poi se stesso.
Scena finale: un cartellone bianco con la scritta FINE è lacerato da un “cannoniere” visto in apertura, ma un calcio lo fa tornare indietro con la scena che si riavvolge e la scritta FINE ritorna alla sua interezza.
Come nella migliore tradizione dadaista le singole immagini, o singole sequenze di immagini, sono al centro dell’interesse di Clair, che scrive con Picabia un film che prima di essere narrativo (lo sforzo della ricostruzione sta tutta allo spettatore) è, appunto, giustapposizione di immagini, o meglio, associazione e affiancamento di immagini non necessariamente legate tra di loro da codici immediatamente individuabili, dove il lavoro dell’occhio e di quanto vi è collegato è, per prima cosa, il guardare, il seguire il balletto visivo, l’accelerazione, il ritmo, la sequenza. Tutti insieme confluiscono in Entr’acte surrealismo, dadaismo, orfismo, cubismo e commedia, abitando lo spazio cittadino di quella Parigi di primi del ‘900 che aveva e avrebbe ulteriormente attratto lo sguardo dei registi francesi, e che stava ospitando uno dei momenti più “sovversivi” dell’arte e della cultura europea.
In seguito, nel 1926, Clair avrebbe realizzato il suo secondo film, Un cappello di paglia di Firenze, dove l’accelerazione presente in Entr’acte acquisisce le cadenze ossessive e frenetiche di un incubo.
Il testo è stato pubblicato sulla rivista Nocturno (aprile) all'interno di uno speciale sul cinema surrealista realizzato dall'ottimo Andrea Bruni, che ringrazio. Saluti.