Una delle conseguenze principali delle profonde e rapide trasformazioni dell’economia globale è una
sempre più sfruttata forza lavoro, che quest’economia sostiene e che di queste trasformazioni paga il prezzo più alto in termini di frammentazione di classe, carenze di diritti e rappresentanza, ricattabilità. Si sta affermando l’occupazione a termine - quindi la precarietà – e qui è andato a scavare Ken Loach. La sua protagonista Angie (una sanguigna Kierston Wareing) - ragazza madre con capacità ed esperienza in un’agenzia interinale - decide di mettersi in proprio insieme ad un’amica. Energica, impulsiva, rozza e contraddittoria, non trova tempo per dedicarsi a suo figlio che ha problemi disciplinari a scuola, ma per garantirgli un futuro è disposta a non guardare in faccia a nessuno; era stata licenziata per essersi ribellata a un palpeggiamento e ora per una serata di sesso chiama dei ragazzi che si erano rivolti alla sua piccola società per un impiego; ospita temporaneamente in casa una famiglia di migranti, però quando non sa dove alloggiare alcuni lavoratori fa sgomberare l’accampamento in cui questa aveva trovato sistemazione. Nella stessa persona, «sentimentalismo e spietatezza, due cose che spesso vanno a braccetto» dice – descrivendola - Loach. Seguendo l’intelligente, problematico e nuovo punto di vista del fedele sceneggiatore Paul Laverty (premiato a Venezia) e del regista, l’iniziale vicinanza alla giovane donna diventa distacco lungo la discesa nell’abiezione di questa moderna kapò, che cercando la scorciatoia disperata nel folto e rischioso sottobosco dell’attività al nero si scontra presto col potere della mafia. E altrettanta distanza separa Angie dal padre, testimone di una dignità operaia sindacalizzata oggi in pensione come lui. I nuovi schiavi che arrivano in Occidente da tutto il mondo - soprattutto dall’Europa dell’Est - compongono la drammatica massa indistinta di questa terza parte (dopo Bread and roses e un Bacio appassionato) della “trilogia sull’immigrazione”. In cui Loach torna al tono angosciato e negativo di Paul, Mick e gli altri, perchè In questo mondo libero vige la legge del più forte, che non sta dalla parte dei buoni.
Federico Raponi
sempre più sfruttata forza lavoro, che quest’economia sostiene e che di queste trasformazioni paga il prezzo più alto in termini di frammentazione di classe, carenze di diritti e rappresentanza, ricattabilità. Si sta affermando l’occupazione a termine - quindi la precarietà – e qui è andato a scavare Ken Loach. La sua protagonista Angie (una sanguigna Kierston Wareing) - ragazza madre con capacità ed esperienza in un’agenzia interinale - decide di mettersi in proprio insieme ad un’amica. Energica, impulsiva, rozza e contraddittoria, non trova tempo per dedicarsi a suo figlio che ha problemi disciplinari a scuola, ma per garantirgli un futuro è disposta a non guardare in faccia a nessuno; era stata licenziata per essersi ribellata a un palpeggiamento e ora per una serata di sesso chiama dei ragazzi che si erano rivolti alla sua piccola società per un impiego; ospita temporaneamente in casa una famiglia di migranti, però quando non sa dove alloggiare alcuni lavoratori fa sgomberare l’accampamento in cui questa aveva trovato sistemazione. Nella stessa persona, «sentimentalismo e spietatezza, due cose che spesso vanno a braccetto» dice – descrivendola - Loach. Seguendo l’intelligente, problematico e nuovo punto di vista del fedele sceneggiatore Paul Laverty (premiato a Venezia) e del regista, l’iniziale vicinanza alla giovane donna diventa distacco lungo la discesa nell’abiezione di questa moderna kapò, che cercando la scorciatoia disperata nel folto e rischioso sottobosco dell’attività al nero si scontra presto col potere della mafia. E altrettanta distanza separa Angie dal padre, testimone di una dignità operaia sindacalizzata oggi in pensione come lui. I nuovi schiavi che arrivano in Occidente da tutto il mondo - soprattutto dall’Europa dell’Est - compongono la drammatica massa indistinta di questa terza parte (dopo Bread and roses e un Bacio appassionato) della “trilogia sull’immigrazione”. In cui Loach torna al tono angosciato e negativo di Paul, Mick e gli altri, perchè In questo mondo libero vige la legge del più forte, che non sta dalla parte dei buoni.







Questo è il centro geodetico della città di Bologna. In questa piazza si incrociano due correnti vitali che, secondo il Feng Shui, si annullano a vicenda, generando un campo magnetico di tutta tranquillità, che negli ultimi anni ha fatto crescere il prezzo degli immobili.
Colonnese Editore di Napoli ha pubblicato Del parlar napoletano, di Renato de Falco. Dalle note di presentazione, leggo che nel libro trovano spazio un'indagine su sfumature, regole, inavvertite caratteristiche, component e ascendenze: greche, latine, francesi, spagnole, ebraiche, ma anche arabe, inglesi, tedesche, turche. E una rassegna di parole sul cui "italianismo" si sarebbe pronti a giurare ma che invece sono e restano solo napoletane. Questo titolo me lo segno. Andrò a cercarlo in qualche libreria milanese e sarà divertente sentire le risposte dei commessi, vedere se ne sanno qualcosa.