In rete c'è pure il Wikipedia in napoletano. Sono cose da pazzi.
Non penso alla Sicilia di Sciascia, o di Bufalino, o Pirandello, o Consolo o Verga. Penso alla Sicilia di questa cartina. Oltre alla Sicilia, all'isola Trinacria che sembra un triangolo nel mare, mi piace osservare proprio questa cartina a rilievo dell'Istituto Geografico De Agostini (1967), e leggere i nomi delle città e dei paesi, solo per leggere i nomi delle città e dei paesi, non tanto per immaginarne (o ricordarne) l'aspetto reale.

Ora che sono stanco morto come un Randolfo dopo una gita alla Biblioteca Nazionale, o come uno Sgomerzo dopo una lunga nuotata nel Mare dei Sargassi, riesco a malapena a leggere i nomi dei paesi sulla cartina, e quelli delle montagne, e dei fiumi, e delle isole. Sono stanco, sì, ma trovo sollievo nello sfiorare i rilievi della cartina con i polpastrelli (ma ci pensate che nome assurdo è stato inventato per i polpastrelli?). e una piccola quiete serale mi porta via.

Ora che sono stanco morto come un Randolfo dopo una gita alla Biblioteca Nazionale, o come uno Sgomerzo dopo una lunga nuotata nel Mare dei Sargassi, riesco a malapena a leggere i nomi dei paesi sulla cartina, e quelli delle montagne, e dei fiumi, e delle isole. Sono stanco, sì, ma trovo sollievo nello sfiorare i rilievi della cartina con i polpastrelli (ma ci pensate che nome assurdo è stato inventato per i polpastrelli?). e una piccola quiete serale mi porta via.








sua scrittura. Orhan Pamuk viene a Milano, alla Milanesiana, arriva in punta di piedi, modesto, sobrio, e spiega con chiarezza non comune cosa pensa della letteratura, e parla di Proust, Mann e Dostoevkij, della loro capacità di costruire mondi e immagini grandi e forti. E lo vedi sul palco del Teatro Dal Verme, modesto, parlare in quella lingua che un giorno si mise in cammino dalle steppe dell'Asia verso il Mediterraneo, che sembra uno scioglilingua, con la stessa precisione e chiarezza propria del suo ultimo La valigia di mio padre (Einaudi), che contiene tre discorsi fatti dallo scrittore lo scorso anno (uno in occasione del Premio Nobel).
Qui cammino seguendo altri riferimenti: non c'è la linea della costa e il mare, non c'è la vetta del Vulcano, non ci sono le colline alle spalle. I punti a cui mi affido sono più esili, spuntano appena dal tessuto uniforme della città. E portano invariabilmente verso l'acqua. L'acqua mi fa pensare alle navi che solcano il Golfo, quando le seguivo stando affacciato al balcone di casa. A volte era un vero impegno, e mi ricordo che su un quaderno registravo i passaggi, i nomi scrutati con il binocolo sulle prue, la nazionalità.