Il sospetto decesso di un amico per infarto, un bambino autistico, un cadavere senza nome recuperato in un corso d’acqua lontano dal luogo della morte, a cui se ne aggiungerà un altro di una persona troppo curiosa. Ecco le tracce, collegate tra loro, in cui si imbatte un giornalista sportivo di un piccolo giornale che si ritrova a fare l’investigatore per senso di giustizia e scopre intorno a sè un mondo avido e pericoloso. Un “noir” che inizia con pensieri tra il poetico, il confuso e il testamentario di una mente a corto di ossigeno, in apnea come un piccolo che non saprebbe nuotare e invece - una volta in acqua - riesce a mantenersi a galla, o come un operaio di conceria che non deve respirare i letali gas di produzione ma non sempre ci riesce, e in quei casi scompare senza lasciare tracce. E’ quanto può avvenire nelle “fabbrichette” del nord-est, dove la manodopera immigrata viene costretta a straordinari dieci volte maggiori di quelli consentiti dalla legge, sotto il ricatto di lettere di licenziamento in bianco, già firmate e senza data. Un sistema mantenuto da una ramificata rete di omertà succube e complici interessi. Contro un ambiente e una mentalità che immolano tutto al lavoro e al denaro si scaglia il regista Roberto Dormit, dedicando il film a chi fatica per un padrone - e muore - senza il diritto alla sicurezza.
Per un periodo in Francia a realizzare story-board e decoupage tecnici di spot e documentari, Dormit ha poi firmato vari doc, due corti e questo suo primo lungometraggio. Nel quale il cineasta punta su ambiguità dei personaggi, una storia a sviluppo verticale con tanto di variazione, il sacrificio epico scelto per denunciare i soprusi e dare speranza. Con un’andatura che si prende il tempo della provincia, l’intreccio tiene il livello della tensione, in un atmosfera completata da una fotografia molto contrastata, di una forte tonalità nera, e dalle musiche di Paolo Buonvino e Pasquale Laino. Dopo oltre un anno la pellicola riesce a uscire nelle sale, e meno male.
Federico Raponi