Giorgio Agamben, nel suo appena uscito Ninfe (Bollati Boringhieri), esordisce ricordando una video esposizione di Bill Viola al Getty Museum di Los Angeles. Bill Viola aveva affrontato il tema dell’espressione delle passioni. Le immagini sugli schermi, a prima vista, erano immobili: stava alla pazienza del visitatore attendere e verificare che, in realtà si trattava di immagini in moviemento, ma un movimento talmente rallentato da trarre in inganno. Solo rimanendo a guardare era possibile individuare nelle immagini di Emergence, Astonished e Dolorosa tre quadri:
Dice Agamben: i video di Bill Viola non inseriscono le immagini nel tempo, ma il tempo nelle immagini. Nel moderno, aggiunge, non il movimento, ma il tempo è vero paradigma della vita. Ciò significa che c’è una vita delle immagini. E lo stesso Viola dice:
L’essenza del medio visivo è il tempo… le immagini scorrono dentro di noi… siamo database viventi di immagini – collezionisti di immagini – e una volta che le immagini sono entrate in noi, esse cessano di trasformarsi e di crescere”.
E penso alle immagini che sono entrate nella palude del mio cervello e che, da tempo, circolano sul fondo limaccioso, smosse dalla corrente, su e giù. Esse si trasformano incessantemente, accantonate e riprese, vivono.
Come l’immagine delle acque del porto di Koos, di notte, punteggiate da mille piccoli pesci argentei guizzanti alla luce della luna piena.
o
Una scena di tortura su un pirgioniero politico brasiliano nel film Seduto alla destra del padre.
Da anni queste immagini sono con me. E da qualche parte devono andare. Magari su un foglio di carta, rimuginate, digerite, sezionate o riconnesse ad altre. Devono riaffiorare. Magari nel pulviscolo di pixel dello schermo del pc.
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