giovedì, 30 novembre 2006

E’ notte, le luci sono immerse nella nebbia. Leggo aiutato dal silenzio. Leggo Reduce di Giovanni Lindo Ferretti (Mondadori). La foto di copertina restituisce un Ferretti monacale, ascetico. E’ una biografia non proprio. Un memoriale. Scritto in più parti con il ritmo stesso delle sue canzoni degli ultimi anni, di Memorie di una testa tagliata, di Alla Pietra, tanto per dire. Mi colpisce il titolo di un capitolo: Aprire gli occhi alla bellezza. Ma a volte la bellezza per vederla (se veramente si vuole) bisogna chiudere gli occhi.

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categoria:letture, notturni
mercoledì, 29 novembre 2006

Vedi le combinazioni. Scopro che un mio “raccontino” senza la minima pretesa di essere un raccontino intitolato In cima al monte Jurek, una cosa che avevo scritto di getto qui sopra, niente più, è finito su un sito. Per la precisione Evoluzioni. Navigo, apro, verifico e scopro che dietro c’è lo zampino di Carla Fleischli Caporale, creatrice di diversi blog, tra cui Il fisico del Ruolo e Ghat. Che ringrazio per avermi divertito con la sua “idea”.

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categoria:racconti, blog
martedì, 28 novembre 2006

rue linnéIeri sera rileggevo i miei appunti presi a Parigi, nel corso di alcune giornate passate a trovare le abitazioni in cui visse Georges Perec. Scattai foto alle facciate dei palazzi, raccolsi impressioni, annotai particolari. Tra tutte le strade visitate quella di cui conservo il ricordo più limpido è rue Linné, dove Perec abitò fino al giorno della sua morte, al numero 13. E’ vicina a Jussieu, e al Jardin des Plantes e alla Moschea. E anche a rue Quatrefages, dove Perec abitò con Paulette anni prima.

L’appartamento di rue Linné lo avevo visto in due foto presenti in Georges Perec. La letteratura come gioco e sogno di Claude Burgelin (Costa e Nolan). In una, scattata dal balcone che dà sulla strada, si vede Perec intento a scrivere alla sua scrivania. Nell’altra, presa alle spalle della scrivania dopo la scomparsa dello scrittore, è visibile invece la finestra del balcone.

Quando sono andato in rue Linné ho pensato a quelle due foto, ho osservato i balconi, la facciata del palazzo, ho immaginato Perec affacciato. E mi sono affezionato a quella strada, e al quartiere intorno, tranquillo. E mi sono reso conto che, nonostante quel luogo non rappresenti nient’altro per me che un legame invisibile con un autore che da anni leggo e studio, rue Linné mi è inspiegabilmente famigliare.

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lunedì, 27 novembre 2006
Un’occhiata al report giornaliero dei contatti. Confesso che sono affascinato dagli ingressi provenienti da Google. Immagino il navigatore che digita parole chiave per la sua ricerca e, puff, si ritrova da queste parti. Oggi la raccolta da Google non è male.

Qualcuno ha cercato notizie su “Karim Capuano”, altri su “Giuseppe Montesano”, altri ancora ha cercato “foto di teschi”. Ma anche “Francesco Careri”, “giornale quartiere bovisa”, “la commessa” e “mi sento chiuso in un vicolo cieco”. Sono stato molto contento di vedere che qualcuno ha digitato “Renzo MontagnanI”, l’indimenticabile re della commedia sexy all’italiana degli anni ’70, quello di Ohhhh ohhhhhh oohhhhhhhh, apri, mi sto scopando addosso”. La “caduta” più dolorosa è stata quella legata ad “Antonella Boralevi”.

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domenica, 26 novembre 2006
Ora che il signor Pasculli si è fatto avanti, uscendo dall’ombra, dopo aver sognato di una ragazza in unaIl figlio del dio del tuono piscina, e chiede con insistenza di trovare spazio sulla carta, mi trovo a dover affrontare un piccolo dissidio “interno”. Uso la penna, per raccontare del signor Pasculli o incomincio a buttare giù la storia utilizzando la videoscrittura del Pc? E’ evidente che le due strade non sono uguali: prevedono procedure, sensazioni e tempi molto differenti. Anzi, si può dire che i due tipi di scrittura postulino due modalità diametralmente opposte.

Intanto mi soffermo sul fatto che, a volte, certi personaggi si fanno trovare. Escono fuori dal buio e pian piano entrano in un cono di luce debole ma sufficiente a farli intravedere. Ed è così anche per i libri che leggeremo. Almeno per me è così. Anche i libri si fanno trovare.

E’ ciò che è capitato due giorni fa davanti alla consueta bancarella che c’è davanti alla Stazione Centrale. Due sere fa, quando sono passato, la collina di libri esposti era particolarmente alta, segno di un recente arrivo. Mi sono subito messo a spulciare. Mentre cercavo e sfogliavo, ho sentito la donna ucraina che sta sempre lì a vendere libri insieme al signore svampito, Ma porca miseria, fa freddo uoggi, ci vuole pruoprio il cappello. A un certo punto, però, ho sentito un’altra voce: quella di un libro nascosto che chiamava. Doveva essere seppellito chissà in quale punto della bancarella, ma sentivo bene che stava chiamando. Mi sono messo a scavare e l’ho trovato

Il figlio del Dio del Tuono di Arto Paasilinna (Iperborea).

Due euro e l’ho messo subito in borsa, credo soffiandolo a un altro compratore che stava facendo incetta di tutti i volumi di Iperborea sparsi qua e là.
Leggerò questo libro perché

a)      di Paasilinna me ne ha parlato la mia amica Finlandese

b)      si stava rivolgendo proprio a me

c)      mi incuriosisce non poco

 Mentre lo sfogliavo, infatti, ho letto questo incipit della Premessa:

Il cielo dei Finnici è un immenso coperchio trapunto di stelle, posato sul perno del mondo, con la stella polare allo zenit. Là regnano i loro dèi e gli spiriti, là abitano i Finnici buoni morti da tempo. Il potere supremo è esercitato da Ukko Ylijumala, detto Dio del Tuono.

Il romanzo ha come protagonista Sampsa Ronkainen, agricoltore e antiquario (con negozio a Helsinki in via Iso Roobert) adoratore degli antichi dèi. Leggendo di sfuggita le prime pagine ho appreso che la cultura religiosa e mitologica finnica pullula di folletti, esserini, entità, fantasmi e demoni. C’è anche lo spirito della Birra.

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categoria:letture, scrittura
venerdì, 24 novembre 2006
Finalmente siamo riusciti a catturare una sequenza di una giornata come un altra del Nonno. Se ci sono bambini in giro mandateli a quel paese che non è roba per loro!
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giovedì, 23 novembre 2006

Come ogni appuntamento importante anche quello della scelta del nome per il Trasillo della Patagonia, che Pigadev ha voluto a tutti i costi in casa, è arrivato e non è stato possibile eluderlo. Allora io e Pigadev ci siamo seduti in poltrona con due bicchieri pieni di Ouzo e (poca) acqua, e abbiamo aperto i lavori. Pigadev è stato zitto e fermo per un po’ mentre io mi perdevo in preamboli e dichiaravo che il nome doveva essermi del tutto gradito altrimenti pfui, niente Trasillo.
Ho incominciato a proporre, tanto per scaldare l’atmosfera (nell’ordine) Mario, Pardino, Agenore, Paasilinna, Tarcuzio e Sisifo.

Niente. Pigadev era un muro di fermezza: non gli andava bene nessun nome. Poi ha proposto, scrivendolo su un bigliettino, Ramiro, che io ho subito scartato sdegnosamente. Siamo rimasti in silenzio, sorseggiando l’ouzo, poi io ho sparato a bruciapelo, in una sequenza torrida Getulio Vargas, Cambronne, Tarantello, Buaz, Nespola e Banquisio. Niente, quella buona lana del Pigadev se la rideva e scartava uno ad uno tutti i nomi. Nella mezz’ora successiva ha eliminato dai papabili anche Gigi, Giro Batol, Arcimboldo, Pankrashkin, Igino Fufezio Saavedra, Agamennone, Plutonio, Zipolo, Dartagnan, Siobhan, Kowalski e Peppino.

Ero stanco, mentre Pigadev fresco come una rosa sorrideva pieno di sicurezza. A un certo punto, dopo alcuni calcoli trigonometrici e qualche intersezione geodetica, ho tirato fuori GUALTIERO.
Pigade allora si è illuminato e ha scritto: Potevi dirlo prima, è il nome che avevo scelto ieri. E il cognome sarà Plat.

Così il Trasillo della Patagonia si chiama Gualtiero Plat.

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categoria:pigadev
mercoledì, 22 novembre 2006

E sono andato in Bovisa.
Il quartiere Bovisa è per me un mondo poco conosciuto e stralunato, con (imprevedibili) tendenze metafisiche iscritte tra i palazzi di Vecchia Milano e fabbriche e la nuovissima Triennale Bovisa. Quasi “Metafisico” è anche il nome del posto in cui mi sono incontrato con l’amico Adriano: La Scighera. Che in meneghino indica la nebbiolina brumosa. E qui Adriano mi ha regalato 5 è il numero perfetto (Coconino), romanzo a fumetti di Igort ambientato a Napoli. Di molte cose abbiamo parlato, e anche di letteratura e di fumetti, di progetti di cui probabilmente tornerò a parlare qui, e che potrebbero coinvolgere proprio la Triennale Bovisa. Vedremo. E poi c'è anche un progetto più piccolo e di più rapida realizzazione. Intanto ho il secondo romanzo a fumetti da leggere, dopo Città di vetro, e un po’ di lavoro in più da fare su scrittura, racconti e sceneggiatura. Chiudo dicendo che c’era un cane, alla Scighera, che si chiama Idefix. Ma io l’ho ribattezzato Philopat. Di gran lunga più adatto.

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martedì, 21 novembre 2006
Una pagina tutta nera.
Dentro c’è scritto Tutto cominciò con un numero sbagliato…
Nella pagina successiva un telefono squilla nella notte. Si vede un piede che scende dal letto. Ci sono nove vignette, in questa pagina, e ognuna contiene un’immagine frutto di uno zoom su un particolare: la rotella del telefono (è di quelli vecchi), poi il telefono intero, poi un foglio su cui è posato il telefono, poi il bordo di un letto, e un piede, e un piede su un pavimento.

Sono le prime due pagine di Città di vetro, fumetto di Auster – Mazzucchelli – Karasik, (uscito con l'Espresso) dove Auster sta per Paul Auster, lo scrittore, proprio quello. Che infatti è tratto dal romanzo di Paul Auster, di cui David Mazzucchelli scrive:

Il libro di Paul Auster è un romanzo complesso, ricco, “adulto”. Riguarda il linguaggio, e la struttura del linguaggio, e l’identità. E’ stata una vera sfida: trovare un modo visivo di esprimere queste cose. Non è che puoi semplicemente aggiungere disegni al romanzo e dire: “Ecco qua l’adattamento. Il termine adattamento per me connota un qualche genere di riduzione, di condensazione.

E’ questa la cosa che mi sta pigliando: la possibilità di un fumetto di “diventare” romanzo esso stesso, attraverso le immagini, non quelle evocate e contenute dalla scrittura, ma quelle disegnate. Immagini il cui tratto e la cui composizione subiscono alterazioni nel corso della narrazione, a seconda dell’atmosfera, del cambiamento di tono e di densità della versione scritta.

Non mi sembra poco e, anzi, mi lascio andare alla lettura con piacere.

E mi fermo ancora qui qualche riga per segnalare altri due autori che fanno un lavoro egregio, e non perché lo dica io. Uno è Igort, l’altro Gipi. Andate a vedere cosa sanno fare. Ah, altre due cose. Se volete leggere note interessanti sul fumetto andate a leggere ciò che scrive Boris Battaglia. E, se invece volete leggere qualche sceneggiatura di fumetto andate a trovare Adriano Barone (ve ne pentirete, non per le sceneggiature, ma per lui).

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categoria:visioni, letture, blog, scrittura
lunedì, 20 novembre 2006

GomorraRoberto Saviano firma un nuovo articolo su L’Espresso della scorsa settimana. Ed è anche in copertina: seduto su una sedia nel mezzo di un vicolo. Questa volta Saviano “accusa” politici, istituzioni e media. Lo dice in copertina: “Non parlate di me ma di Napoli”. Me lo sono letto l’articolo, e mentre lo leggevo m’è venuto da pensare alle cose che in rete ho letto su di lui. Non cito le “fonti” per evitare eventuali polemiche e stupidaggini connesse. Uno diceva che, in fin dei conti, l’affaire Gomorra era soprattutto un’operazione di marketing della Mondadori. Un altro sosteneva che episodi, notizie e fatti presenti nel libro di Saviano sono inventati di sana pianta, o del tutto inesatti. Qualcun altro si è cimentato in approssimative valutazioni sul peso letterario di Gomorra. A questi, mi sembra, interessava più fare le pulci al libro e all’autore stesso, invece di tentare un commento più a fondo, che si avvicinasse all’importanza del libro, al suo senso, alla sua collocazione in questo momento storico. M’è sembrato un coro misero e triste, levato dalla bocca di piccoli soloni, che trovano più interessante trovare qualcosa che non va in quel libro. Mi sono chiesto anche il perché. Pur non dimenticando che è normale esercitare il diritto di critica, ed eventualmente mettere in evidenza punti deboli e “magagne”. Ma poi mi sono chiesto, ma che senso ha, davvero? A cosa serve questa “urgenza” critica, questa ansia da giudizio (spesso sommaria) che trovo elevata alla massima potenza nei salotti letterari in rete? Non lo so. Ma lo sospetto.

Come diceva un poeta portoghese, E’ tutto decadente: non ci sono nemmeno più decadenti.

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categoria:letture