martedì, 31 ottobre 2006

Nel 2002 Antonio Franchini aveva curato per Mondadori “Strade Blu” la raccolta di racconti Mompracem! L’ho scoperto mentre controllavo i nuovi arrivi della bancarella di libri che c’è davanti alla Stazione Centrale. L’ho subito preso e passato in rassegna i nomi degli autori coinvolti nel tributo salgariano, tra cui Silvia Ballestra, Roberto Barbolini, Enrico Brizzi, Mauro Covacich, Helena Janeczek, Michele Mari, Giuseppe Montesano, Aldo Nove.

Mentre tornavo a casa in tram, ho avuto il tempo per leggere Anima perduta, il racconto di Daniele Brolli. Vi faccio presente la frase che lo conclude:

POI UN BREVE NULLA

Ora io mi ricordo che, avrò avuto 20 anni, tra amici si usava l’espressione “Poi più nulla” riferendosi a chi scriveva usando questo tipo di espressioni “tristi”, senza cura per la scrittura, buttate via, semplicistiche, apparentemente a effetto, e anche un po’ sciatte.

Mi sono chiesto subito perché Daniele Brolli ha messo in fondo al suo racconto, come la pietra attaccata al piede dell’aspirante suicida salito sul parapetto di un ponte fluviale, l’ingombro terribile di quella frase. Tutt’ora vorrei andare a casa di Daniele Brolli per chiedergli, con tono accorato e indicando la pagina incriminata, Brolli, perché lo hai fatto? Perché???

(Daniele Brolli rimase attonito davanti allo sconosciuto nell’ingresso della sua abitazione. Poi un breve nulla)

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lunedì, 30 ottobre 2006
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lunedì, 30 ottobre 2006
La casa editrice Le Lettere ha recentemente creato la collana “Fuoriformato”, a cura di Andrea Cortellessa. E l’ha inaugurata con Nel gasometro di Sara Ventroni, Circo dell’ipocondria di Franco Arminio, Santa Mira di Gabriele Frasca e Visas e altre poesie di Vittorio Reta. Tea, invece si è inventata “Neon”, collana diretta da Aldo Nove. Entrambe intendono rivolgersi a nuovi autori, a esordienti, a nuove voci della narrativa italiana.
 
Tengo a precisare che questa segnalazione non nasce da un’improvvisa voglia di fare pubblicità a queste due case editrici, o ai curatori delle collane. No. In realtà, tutto prende spunto da una “conversazione” nata a casa di Seia Montanelli, e originata da alcune considerazioni della padrona di casa riguardo a un concorso letterario che si è tenuto a Latina. In particolare, si era discusso della debolezza di quanto scritto dagli autori in concorso, e di seguito del proliferare incontrollato di chi ambisce a scrivere-pubblicare, e della forte mancanza di autocritica degli scriventi. In più era venuto fuori il tema della mancanza (o dello scarseggiare) di politiche editoriali davvero attente a scoprire, valutare e pubblicare nuovi autori. Detta così, in estrema sintesi, è come dire che due elementi negativi si sommano, contribuendo ad aumentare la confusione. Da una parte un esercito che va gonfiandosi a dismisura di scriventi, in molti casi sprovvisti delle doti fondamentali dello scrittore, o più semplicemente autori di testi senza alcun valore, e dall’altra editori che lavorano a vista, pronti ad accalappiare qualche nome in grado di fare un po’ di clamore, da sfruttare per una stagione (qui ci sarebbe da aprire, e in effetti graficamente l’ho appena fatto, una parentesi sui blogger approdati alla pubblicazione), privi di qualsiasi progettualità ma anche capacità di “vedere” nei manoscritti che ogni giorno arrivano sulle scrivanie di redazione. Con questo non voglio dire che non ci siano editori che stanno lavorando bene. Ce ne sono, pochi, ma ce ne sono. E aggiungo i due casi riportati sopra. Aspettando di avere elementi sufficienti a capire se si tratta di progetti editoriali dotati di gambe e cervello, o al contrario destinati a perdersi nel Mare di Carta.
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sabato, 28 ottobre 2006

La_crociera_dell_hasciscIo non l’ho ancora letto La crociera dell’hascisc di Henry de Monfreid, edito da Magenes Editoriale (recentemente unitosi a Fbe, altro marchio molto interessante). Questa casa editrice a me piace molto per il suo catalogo fatto di libri di mare, non nel senso che sono fatti col mare, ma che parlano, no i libri non parlano sono muti, non Ornella né il direttore d’orchestra. Basta!

Non l’ho letto, stavo dicendo, questo libro, ma ho già deciso a priori che mi piacerà, che vorrò leggerlo, che mi interessa, che insomma è un libro che segnalo prima ancora di averlo visto.

Dunque. La crociera dell’hascisc, tanto per rispondere alle prime fondamentali interrogazioni del giornalismo, è ambientato nel 1915 nel Mar Rosso. De Monfried, ecco un’altra risposta a una delle altre interrogazioni giornalistiche, decide di tentare la fortuna con il commercio dell’hascisc, facendo vela da Gibuti a Suez a bordo del sambuco Fath el-Rahman.

Già questo mi basta: ci sono gli ingredienti giusti per una lettura.

Henry de Monfried (1879 – 1974) lasciò Parigi all’età di 32 anni e si trasferì sulle coste del Mar Rosso. Pensate, il suo intento era quello di vivere più liberamente di quanto avrebbe potuto fare nella sua città! Che strana persona!

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giovedì, 26 ottobre 2006

E’ sempre sorprendente osservare come in poco tempo, anche nella breve frazione di un minuto, solo 60 secondi, possono accadere miriadi di eventi fisici e mentali.

Per esempio oggi stavo uscendo dalla metro, seguendo il flusso di passeggeri, procedevo lungo il muro. A un certo punto un ragazzo, che si era infilato nella direzione contraria, entrando in pratica dall’uscita, mi si è parato davanti a testa bassa. Ci siamo fermati l’uno davanti all’altro. Il ragazzo, che pure non doveva essere lì non ha voluto farmi passare. Allora mi sono spostato, in una mano l’ultimo libro di Cavina edito da Marcos y Marcos, e gli ho assestato uno scuzzettone* bello forte. Ho tirato dritto. Il ragazzo inferocito mi ha inseguito e mi si è scaraventato addosso mulinando le braccia come un demente. Mi sono fermato di nuovo. Mi è sbattuto contro e ha perso l’equilibrio, è tornato alla carica ma con una manata, sempre tenendo il libro di Cavina nell’altra mano, l’ho spinto via. La cosa divertente è che, mentre accadevano queste cose, io pensavo a Yukio Mishima e a Lezioni spirituali per giovani Samurai. In quel momento il ragazzo era proprio come quegli studenti descritti da Mishima che, durante una manifestazione, si facevano avanti in modo disarticolato, confuso, e di fronte alla fermezza della polizia arretravano disordinatamente, disperdendo malamente il proprio attacco. E così faceva il ragazzo. In fondo ha paura, ho pensato, e questo mi ha impedito di tirargli il cazzotto proprio sul mento che mi stava per partire, che lo avevo a tiro che era una meraviglia: lui si sbracciava e io lo tenevo a distanza con una mano. Nel ragazzo la frustrazione e la vergogna devono essere aumentate velocemente: ha bofonchiato che me la voleva fare pagare per lo scuzzettone. Allora gli ho piantato davanti l’indice e gli ho detto duro: Ragazzo, non ci provare nemmeno. Il ragazzo si è tirato il bavero della giacca intorno al collo dicendo, mentre riprendeva la sua strada verso la metro, La prossima volta non finisce così. A quel punto mi è scappato da ridere, e mi sono riavviato verso l’uscita. Intanto ho pensato a un cane che aveva mio padre. Era un setter inglese. Quando gli si avvicinavano altri cani con intenzioni bellicose lui si fermava e li aspettava. Se gli avversari davano segno di aver cambiato idea nei suoi riguardi non faceva altro che accompagnare con lo sguardo la loro ritirata. Se invece si arrischiavano ad aggredirlo li mordeva in maniera così veloce e dura la farli scappare via terrorizzati. Una volta, quel cane superò se stesso: quando l’ennesimo rivale gli fu addosso sollevò la zampa e gli orinò direttamente in faccia.

Tutta l’azione, i gesti, le parole, i pensieri sono racchiusi nello spazio di un minuto. A me questa cosa del Tempo (limitato) che contiene un insieme così esteso di avvenimenti mi affascina sempre un bel po’.

*in napoletano, colpo tirato specificamente tra capo e collo.

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giovedì, 26 ottobre 2006
Mi tocca uscire e correre alla Posta che c’è davanti alla Stazione Centrale. E’ l’unica aperta la sera. Corro, fa caldo e umido, entro dentro prendo il numerino di carta e mi metto in coda. Dopo pochi secondi sono a ridosso del banco, dove c’è un ragazzo, una specie di armadio, che sta conversando ad alta voce con un impiegato e con il direttore. Il ragazzo gesticola, fa battute ad alta voce, sistema gli occhiali da sole sul naso, spiega che domani andrà a registrare una trasmissione, il direttore lo ascolta pieno di entusiasmo e ammirazione. L’unica impiegata lavora ma non gli scolla di disso gli occhi. Poi il ragazzo, dopo una o due frasi un po’ sconnesse sul mondo della televisione che faccio fatica a comprendere, saluta e va via.
Allora mi avvicino e saluto l’impiegato che ha appena finito di servire il ragazzo alto e grosso come un armadio. L’impiegato, meno entusiasta del direttore mi fa, Ha visto? Cosa? Karim Capuano!!!!
Ah, sì, è mio cugino, certo, gli rispondo senza battere ciglio.
Allora interviene il direttore, ancora tutto frastornato ed entusiasta della conversazione con Karim Capuano. E mi fa: Beh, la fisionomia è simile, e io, Sì ma mio cugino è molto più alto!
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mercoledì, 25 ottobre 2006
Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere più di una cosa sul Munaciello, il “bambino! Incappucciato che imperversa nelle case napoletane. In particolare, 8e49 gli ha dedicato un post, in cui poi Placidasignora ha aggiunto un link al proposito. Così, dopo uno spazio dedicato al Munaciello e uno a un Fantasma moralista, ho pensato di ritagliare qui un altro spazio per le Storie di fantasmi per il dopocena, usando il titolo del libro di Jerome Klapka Jerome (Theoria).

La storia che vi voglio raccontare mi è stata riferita da una coppia di amici che vivono a Mantova. L’episodio se lo ricordano molto bene. Ebbene, quando M. e L. si trasferirono a Mantova andarono ad abitare al secondo piano di una casa vicina alla stazione ferroviaria. Quando presero possesso della casa trascorsero quella prima giornata a sistemare mobili e arredamenti, e se ne andarono a letto a mezza notte. Erano da poco sotto le coperte, e avevano spento la luce, quando sentirono dei rumori provenire dal piano superiore. Qualcuno si stava divertendo a far rimbalzare una pallina da tennis sul pavimento. M. e L. potevano sentire distintamente, nel silenzio notturno, i top top top della pallina che rimbalzava. La cosa li infastidì: erano stanchi e volevano dormire. La mattina dopo uscirono per andare a lavorare e, una volta sul pianerottolo, furono colpiti da qualcosa che non avevano notato, loro che erano freschi inquilini. La palazzina non ha un terzo piano.
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martedì, 24 ottobre 2006
Ho letto che Jeffery Deaver è in Italia per promuovere (come se poi fosse un alunno) il suo ultimo (che poi non sarà l’ultimo) libro. E, anche, e che sta qui volentieri perché sta scrivendo un romanzo ambientato in Italia. Io Deaver l’ho intervistato, e sapete che non credo ai gatti neri e a quelle faccende che ti capitano se passi sotto una scala. No. Ma, mi ricordo, per tutto il tempo che l’ho intervistato ho tenuto una mano in tasca. Per precauzione.

Jeffery Deaver è l’autore di La luna fredda (Sonzogno) e di altri best seller come il Collezionista di ossa. Che poi mi chiedo, ma porca pupazza, mo’ perché uno si dovrebbe mettere a collezionare le ossa? Con tutti i casini, la raccolta differenziata (avete presente, è un rompicapo solo quella), le formiche, le inchieste dell’Ufficio di Igiene, e magari le proteste dei condomini alla riunione condominiale, uno si mette a collezionare ossa. Ma vi pare?
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lunedì, 23 ottobre 2006

In una giornata milanese che la luce sembra arrivare attraverso i vetri di un acquario e non direttamente dal cielo, osservare i quadri di Tamara De Lempicka, che sono molto colorati, può rappresentare un motivo di sollievo. Non dico che da queste parti si sia come al Polo Nord, dove il colore unico è il bianco con qualche sfumatura (anche se gli Inuit non sarebbero d’accordo), ma è vero che quando il cielo si mette su questo tono lo fa sul serio e a lungo. Quindi, bene i quadri della Lempicka spezzano la continuità.

Ma mentre osservo i quadri, studio certi particolari, individuo riferimenti a quello e a quell’altro pittore, ma anche a quello o a quell’altro stile, mi si accende un punto interrogativo. Noto che gli “stili” della Lempicka furono piuttosto numerosi. Addirittura, allo stesso anno appartengono tele dipinte con stili e “mani” molti distanti. Mi incomincia a insospettire questa capacità camaleontica di provare strade così diverse tutte insieme, passare da un anno all’altro da morbidezze “architettoniche” a corpi scanditi da rigidità geometriche esasperate (tanto per fare un esempio), un po’ come, sparando un paragone, il prolifico Carlo Lucarelli si fosse messo a scrivee, nel giro di pochi anni dei racconti, poniamo, del tutto diversi l’uno dall’altro per stile e uso del linguaggio.

Poi leggo che Tamara De Lempicka “corteggiò” spasmodicamente Gabriele D’Annunzio per poterlo ritrarre. Andò a casa sua e gli ruppe anche un po’ i cabasisi (per usare un termine camilleriano) ma non riuscì nel suo intento.

All’uscita dalla mostra, mentre ci incamminiamo tutti verso un ristorante cinese, mi sembra di capire che la Lempicka, benché non certo sprovveduta in fatto di pittura, avesse le idee un po’ confuse (o aveva tanta voglia d’arrivare). Come si fa a smaniare per ritrarre un poeta che si costruisce un mausoleo kitch come casa e si fa disegnare sulle scarpe dei cazzetti? Io uno così se lo avessi incontrato a un concerto dei Thin White Rope, per dire, l’avrei intommato di mazzate.

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venerdì, 20 ottobre 2006

Qui si racconta la storia di quattro signori del Banato di Temesvar, che furono tutti di singolare personalità.

Arpad I, l'Invincibile, fondatore della dinastia, si era guadagnato questo  soprannome grazie alla  strabiliante imbattibilità in fatto di gioco dei dadi, non essendoci, in tutto il Banato, avversario in grado di sconfiggerlo. A ciò si aggiunga, comunque, che chi avesse avuto l'ardire di vincere si sarebbe, ben presto, separato dalla propria testa.

Gospodar I, detto il Sonnolento, trascorse  la maggior parte degli anni del proprio regno dormendo o sonnecchiando. Aveva stabilito che  ogni  luogo toccato  dai suoi nobili passi dovesse essere provvisto di un letto o, nel caso fosse impossibile provvedere alla bisogna, almeno di un giaciglio, di un saccone imbottito di piume d'oca, di una ampia sedia rivestita di morbido cuoio e munita di cuscini e di poggiapiedi. Sostituì il ligneo trono con un monumentale letto a baldacchino di legno scuro, dalle cui sofficità, e tra un assopimento e l'altro, amministrava sonnolentemente la giustizia e si occupava di tutte le incombenze che il suo grado gli imponeva. La sua vita si concluse placidamente, passando egli a miglior vita direttamente dallo stato di sonno.

Istvan I, l'Allevatore di uccelli, divenne famoso per il gran numero di volatili da lui posseduti. I suoi appartamenti ne traboccavano, e giorno e notte, costantemente, s'udiva il frastuono di centinaia di versi e suoni, dolci e striduli, armoniosi ed aspri, ritmati ed insistenti, ogni tipo d'uccello, fatta eccezione per i rapaci, presso di lui trovava ricovero, allodole, storni, beccacce, quaglie, piccioni viaggiatori,  cuculi, fanelli, tortore e merli, svassi, pettirossi, capinere e canapiglie, gru, cutrettole, cicogne,  alcuni trovati feriti nei campi, altri sottratti alle reti crudeli degli uccellatori, altri ancora giunti spontaneamente al castello, attratti dai richiami dei propri consimili. Col passare degli anni la volatile schiera crebbe a dismisura, il castello ne fu invaso, strabboccante di nidi sorti nei posti più inpensabili, in fori delle volte di pietra, nelle bifore dei finestroni, in cima alla  mobilia cadente, e Istvan finì i suoi giorni volontariamente recluso, circondato dal mulinare frenetico di mille pennuti di cui, grazie alla frequentazione assidua, aveva imparato a comprendere  idiomi e grammatiche, a interpretare ogni zirlìo, cinguettìo e stridìo, riuscendo, a sua volta, a farsi comprendere, con goffi fischi e sibili, dai volanti inquilini.

Gospodar III, detto il Satiro, figura di secondo piano se paragonata a quella degi altri suoi parenti, fu uomo di irrefrenabile lussuria, impulso evidentemente ereditato da una zia materna, che lo spingeva a travestirsi da mitologico abitatore dei boschi, con tanto di siringa, e a percorrere il contado intorno al castello, a caccia di giovani e piacenti contadine da insidiare.
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categoria:racconti