venerdì, 30 giugno 2006
"Chi è nato a Napoli si stacca, perde la cittadinanza. E’ napòlide. Porta nel sistema nervoso un apparecchio cercapersone messo dalla città in ognuno dei suoi". Così Erri De Luca in Napòlide, edito da Libreria Dante & Descartes, un libro in cui “per uno che scrive cose sue di Napoli, ma lontano da lì, fuori tema è la premessa. Napoli è il tema e io ne sono fuori”. Nel libro ci sono 20 pezzi di Napoli, o 20 pezzo di Erri De Luca. Mentre leggo questo libro provo sgomento. Mi riconosco nelle parole di Erri De Luca, assaporo il dolore sotterraneo del distacco, dell’abbandono, dell’allontanamento. Erri De Luca ha frequentato la scuola elementare che ho frequentato io. Dice del molo di Mergellina, di Maradona, del giornalista morto ammazzato Giancarlo Siani, della rivoluzione del 1799, di Eduardo, della città che ti strattona. . Ora che la brezza della sera incomincia a rinfrescare la fornace cittadina, che il sangue ha smesso di bollire lasciando rifluire i pensieri, mi sembra che dal balcone spalancato arrivi odore di mare.
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categoria:letture, napoli
giovedì, 29 giugno 2006
Pochi giorni fa scrivevo del pittore Hokusai, e ora ritorno a farlo, pensando a La grande onda presso la costa di Kawagawa (nella serie delle Trentasei vedute del monte Fuji (1830-32). Quell’onda, la sua opera più famosa, arrivò in Europa: Debussy la utilizzò, in versione stilizzata, sulla partitura de La mer, mentre Eduard de Goncourt dedicò un’intero libro nel 1896. In Hokusai il mare è una delle “dominanti”, un mare spesso in tempesta, che scorre scavato dal vento e ospita nel cavo delle sue onde barche di pescatori in pericolo. Tanto da spingere l’artista a dipingere, tra il 1833 e il 1834 le Mille immagini del mare, appunto. Il mare in tempesta. Questo è un altro dei motivi per cui amo la pittura di Hokusai. Che, quando mi capita di vedere i suoi dipinti, poi penso sempre a Jules Michelet, che scrisse Il mare (il Melangolo). In quel libro c’è un paragrafo intitolato La tempesta dell’ottobre 1859. L’autore ne seguì lo “scoppio” e i violenti sviluppi:

La tempesta che ho visto meglio è quella che infierì nell’Ovest il 24 e 25 ottobre 1859, riprese più furiosa e con orribile grandezza venerdì 28 ottobre, durà il 29, 30 e 31 implacabile, infaticabile: sei giorni e sei notti, salvo un breve momento di tregua. Tutte le nostre coste occidentali furono disseminate di naufragi. Sia prima che dopo ebbero luogo gravissime perturbazioni barometriche.

Da qui il, quasi “meccanicamente”, il pensiero va alla spaventosa tempesta che, nel 1923, costrinse il guardiano del faro di Ar-men in Bretagna, un tale Fouquet, a rimanere isolato per circa tre mesi prima di poter tornare sulla terra ferma. Qui mi devo accontentare dei pur violenti temporali di primavera, che di solito caricano le batterie in alto, per poi scendere rombando in pianura. En manque d’autre.
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categoria:visioni, letture
martedì, 27 giugno 2006
Ecco il Dottor Santosuosso, ritratto in una rarissima fotografia, famoso per i suoi innumerevoli travestimenti e, anche, per le famigerate polverine lassative somministrate ai suoi avversari con straordinaria scaltrezza. Da quello che ho capito è il nemico di Pigadev. Voglio approfondire la cosa.

 Dr. Santosuosso
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categoria:foto, pigadev
martedì, 27 giugno 2006
La città di Brescia sta quasi a metà tra il 46° e il 45° Parallelo. Sulla cartina a rilievo si vede bene che ha le prime propaggini delle Prealpi a farle da corona (quanto mi piace quest’espressione, erano anni che volevo usarla), nei dintorni ha paesi e paesetti che si chiamano Ospitaletto, Travagliato, S. Zeno, Rovato, Brescia è una città che conserva molte tracce della sua storia. Ti capita di incontrare, anche se non è una persona, una casa torre del VII secolo, con grandi blocchi di pietra romani alla base, come romani sono colonne, archi e mattoni che spuntano qua e là dal corpo di fabbricati più recenti (relativamente). Che è come dire che delle case besciane sono state costruite con pirtre romane, di Roma, non bresciane. A Brescia ci sono i bresciani. In Puglia conoscevo un tale che di cognome faceva Brescia, ma era pugliese, non bresciano. A Brescia si beve il pirlo, che è un aperitivo come lo spritz padovano, ma è bresciano, non padovano, e nemmeno un giocatore della nazionale italiana (che poi non so di dov’è, magari è pure lui di Brescia, allora le cose si chiarirebbero). A Brescia c’è una piazza che sembra di stare a Parigi, più che a Brescia, una piazza francese, insomma. A Brescia siamo andati a sentire il concerto dei Radio Dervish, che dentro ci sta un palestinese, mica un bresciano, ma poi mi pare che era un gruppo nato in Puglia, a Bari. Che poi è la terra del Sig. Brescia, che invece di besciano è pugliese. Capirete che in due giorni la confusione ha incominciato a impossessarsi di me. Non c’era nemmeno Pigadev che potesse darmi qualche dritta. Quindi sono tornato a Milano un po’ frastornato. E lungo il tragitto dalla stazione al lavoro ho visto persone provenienti da Maghreb, Filippine, Russia, Albania, Romania, Senegal, Nigeria, Perù, Ceylon. Senza dimenticare pugliesi, siciliani, campani, calabresi. Insomma, una bella confusione.
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categoria:luoghi
sabato, 24 giugno 2006
Io i dipinti di Hokusai e qulli di Utamaro sono riuscito a vederli solo una volta, qualche anno fa, quando a Milano organizzarono una bella mostra sui pittori giapponesi. Dalle sale del Palazzo Reale non volevo più uscire: osservavo paesaggi, mari, onde, ponti, barche, pesci, farfalle, uccelli, cavalli, boschi, cortigiani, umani amplessi, mi allontanavo da un dipinto e ci tornavo, ricominciavo a osservare, studiare le forme, le linee, i colori. Cosa mi attraeva in quei dipinti? Due cose: la nitidezza, la precisione dei tratti, e i colori. Insieme, questi due elementi rendevano ogni immagine come la “migliore” rappresentazione possibile di ciò che era stato ritratto. C’era una lontra, e c’erano pesci sospesi nella corrente di un fiume, armi, soldati: ogni dipinto era la “migliore” rappresentazione di quelle cose. Ma, prima di Utamaro e Hokusai, qualcun altro aveva percorso la strada della descrizione “perfetta”, anche se non con i pennelli, ma con la scrittura. Questo qualcuno si chiamava Alessio II, e fu per pochi anni monarca bizantino sul trono di Costantinopoli. Alessio, prima ancora di diventare sovrano, era già noto per uno straordinario attaccamento alla scrittura, tendenza che lo induceva alla compilazione di innumerevoli quanto smisurati elenchi di nomi di persone, luoghi, oggetti d’uso comune: animali, attrezzi agricoli, dignitari, cibi e bevande, fiumi, monti, armi, ortaggi, arti e mestieri (in parte ancora consultabili presso la Biblioteca Nazionale di Istanbul). Una volta salito al trono, Alessio prese saldamente in pugno le redini del regno, non rinunciando però alla passione per la scrittura. Fece però as meno della voce, incominciando a comunicare per mezzo della scrittura, vergando assiso in trono ordini, risposte, dichiarazioni, editti, discorsi, allocuzioni, affidando tutto ai suoi dignitari, incaricati di propagare il suo verbo scritto. Alessio giunse a coprire di scrittura le cose stesse che lo circondavano più da vicino, apponendovi articolate desrizioni prima, il solo e semplice nome dell’oggetto poi. Alessio giunse anche a coprire di scrittura le cose che lo circondavano più da vicino, apponendovi il nome o, nei casi più estremi, stendendovi sopra vere e proprie descrizioni, insoddisfato della semplice loro visibile fisicità. Alessio smise di scrivere a causa di un complotto di corte, che portò alla sua eleiminazione fisica. Rimangono, frammentari, i suoi scritti, tra cui 14 novelle di Corte.
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categoria:visioni, scrittura
giovedì, 22 giugno 2006

E’ soltanto quando non rimane più niente da raccontare che si arriva vicini a essere se stessi. Soltanto quando i fatti da narrare si sono esauriti, quando si sente nell’intimo un sileznio profondo perché libri, reminiscenze, storie e la stessa memoria si sono spenti; soltanto allora si può sentire la propria vera voce, quella che può effettivamente farci emergere dagli abissi dell’anima, dal buio degli interminabili labirinti del nostro essere.

Orhan Pamuk

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categoria:letture, scrittura
mercoledì, 21 giugno 2006
Non tira un filo d’aria. La città è schiacciata dal peso dell’afa, e da un cielo lattiginoso che aumenta la sensazione del caldo e dell’umido. Tutto sembra immobile e pesante. Vado in bagno per rinfrescarmi i polsi. Apro il rubinetto: dopo qualche secondo l’acqua fredda mi dà un po’ di sollievo. Noto Pigadev seduto sull’orlo del bidet. Sta con i gomiti puntati sulle gambe e le mani a reggere il mento. Sembra pensieroso. Quando mai non lo è. Lo osservo e mi chiedo se soffra il caldo come me. Quest’aria immobile non ti spossa, provo a chiedergli. Pigadev tira fuori dalla tasca il suo taccuino, scrive rapidamente qualcosa con la matitia, stacca il foglietto e me lo porge.

Leggi La grande bonaccia delle Antille di Italo Calvino

Però, il buon Pigadev oggi la butta sul culturale. Sì, ma più che l’immobilità assoluta, questo tempo mi fa pensare a qualcosa di sospeso, a un’attesa, a una sospensione, gli dico. Pigadev scribacchia ancora sul taccuino, stacca un altro fogleitto e me lo porge:

Leggi Il riflusso della marea di Robert Louis Stevenson

Incasso ma non mi arrendo. Sì, ma non trovi che in quest’aria pesante si nasconda anche il segno di un passaggio, la fine di qualcosa? Pigadev si lascia sfuggire uno sbuffo e scrive:

Leggi La linea d’ombra di Joseph Conrad.

Ah sì, penso, Vediamo ora come te la cavi! Sì, capisco quello che mi vuoi dire, ma a me sembra che questo clima afoso e pesante, e tutto il sudore che ne consegue, costituisca un sottile rimando a una questione che direi quasi “esistenzialistica”. Pigadev questa volta ci pensa su, poi decide di non perdere la pazienza. Scrive:

Leggi tutto Alvaro Mutis (così ti tieni impegnato)

Fetente di un Pigadev, mi dico, non l’avrai vinta. Vabbè, gli faccio, Ma ti renderai conto che un clima così può anche far pensare a un lento viaggio in nave nella caligine marina. Lo vedo, Pigadev, che fa di tutto per non schiumare. Mi porge un altro foglietto:

Leggi Da mare a mare di Rudyard Kipling. Poi, per favore, fatti una doccia gelata che io ho da pensare ai casi miei.

Lo osservo, Pigadev, mentre si è già risprofondato nei suoi pensieri. Come potrei fare senza di lui?

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categoria:letture, pigadev
martedì, 20 giugno 2006

Mi ricordo Rai Stereonotte. Incominciava sulla modulazione di frequenza di Radio 3 alle 24,30, dopo il Giornale della Mezzanotte, terminava alle 6,00 del mattino. La trasmissione, ideata da Pierluigi Tabasso, aveva una sigla scritta da Roberto Colombo che si chiamava Viaggiando. Andò in onda dall’ 8 novembre 1982 al luglio 1995. Io incominciai a seguirla abitualmente intorno al 1983/84, specialmente nel fine settimana. Mi ricordo i led rossi del radioregistratore sulla scrivania, e le cuffie che mi aprivano quel mondo musicale. I conduttori che si alternavano si portavano i dischi da casa, erano lì esclusivamente a trasmettere la musica che reputavano interessante, ognuno aveva la sua “linea”, seguiva i propri generi, faceva le proprie scoperte. Ogni genere musicale aveva una sua voce corrispondente, voci spesso straordinariamente radiofoniche. C’era Massimo Cotto, “specializzato” in Bruce Springsteen e rock americano insieme a Mauro Zambellini, Teresa De Santis con il post punk e la new wave inglese di This Mortal Coil, Big Country, Smiths, Cocteau Twins, Eco & the Bunnymen, il garage underground australiano di Francesco Adinolfi, il folk e la sperimentazione di Emanuele Li Castro, il pop anglosassone di Giancarlo Susanna. E mi ricordo, c’erano anche Ernesto Assante, Ernesto De Pascale, Felice Liperi, Peppe Videtti, Giampiero Vigorito. La voce che mi ricordo di più è quella di Teresa De Santis: morbida, profonda, un po’ sensualnotturna. Io non sognavo Teresa De Santis, ma la su a voce. Avrei voluto vedere Teresa De Santis in studio prima di mandare un pezzo. Poi, però, mi dicevo che se l’avessi vista dal vivo la sua voce avrebbe perso il suo invincibile fascino. Mi ricordo quando Teresa De Santis annunciò Where the rose is sawn dei Big Country, appena usciti con Steel Town: al primo rullare della batteria, quasi da marcetta, e al primo accordo di chitarra fui definitivamente innamorato di Teresa De Santis. Della sua voce.

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categoria:ascolti, blog
lunedì, 19 giugno 2006
All’aeroporto di Malpensa è incominciato il mio incontro con l’esotismo di cui tanto si parlava sui pieghevoli delle agenzie di viaggio. A bordo dell’autobus che collega l’aeroporto con la città di Milano ho subito notato che gli abitanti della Lombardia in viaggio a bordo di un mezzo di trasporto pubblico sono molto silenziosi: preferiscono rimanere in disparte, magari a leggere il giornale o ad ascoltare musica in cuffia. Sceso dall’autobus nel terminal della Stazione Centrale sono subito stato colpito dalla tipica folla multicolore e dagli abiti etnici indossati dagli italiani. Alcuni indossano tipiche cravatte, in alcuni casi molto sgargianti, le donne tipiche magliette corte che lasciano scoperto l’ombelico, altri delle mascherine che coprono naso e bocca, sul cui uso rituale non ho trovato spiegazioni sulla guida. Dopo essere sceso all’albergo prenotato dall’agenzia, dove ho ricevuto una cortese ma discreta accoglienza da parte del personale, sono andato a cena con alcuni colleghi italiani. Mi hanno portato in un tipico ristorante, molto etnico. Qui abbiamo mangiato risotto con lo zafferano e cotolette, cibi tipici della tradizione locale. Dopo il ristorante, mi hanno trascinato in un locale tipico dove si fa musica, e in cui secondo l'usanza si è soliti ballare sui tavoli. Una piccola orchestra di musicisti locali ha intonato l'antico canto tradizionale intitolato Mia bela Madunina. Sono rimasto stupito nel constatare che i colleghi, tutti della mia età, si dilungavano a parlare di tasse, fondi di investimento e regolamenti bancari. Ma poi mi sono ricordato di aver letto sulla guida, quando ero ancora in volo, che la popolazione milanese è molto legata al lavoro, di cui fa una religione, e a esso dedica tutte le sue energie, anteponendolo a qualsiasi altra cosa. Dopo la musica, i colleghi mi hanno salutato, e ho sentito che alcuni parlavano di una “ciulatina” dalle parti di Melchiorre Gioia. A dire il vero non ho capito molto, credo ch parlassero nella lingua locale. Poi il ragionier Ghiringhelli mi si è attaccato dietro e mi ha accompagnato in taxi fino all’Hotel, cercando nel frattempo di convincermi ad andare a bere una o due Sambuca. Dopo, in camera, ho letto che la Sambuca è una bevanda tipica della città di Milano.
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categoria:luoghi, sciocchezzaio
venerdì, 16 giugno 2006

Ci sono tre possibili letture che mi va di segnalare. Unico criterio utilizzato nella scelta è l’interesse personale.

Un mondo battuto dal vento, di Jack Kerouac (Mondadori)
Non è un romanzo, ma una raccolta di pagine di diario dal 1947 al 1954, periodo in cui Kerouac fini di scrivere il primo romanzo, The town and the city, e andò creando i rapporti d’amicizia che lo avrebbero a lungo legato ad Allen Ginsberg, William Burroughs e Neal Cassady.

Il caso Vargas, di Fernando Pessoa (Il Filo)
Un giallo inedito di Pessoa, di cui qualcuno avrà letto le due detective story Una cena molto originale e Il furto della Villa delle Vigne (Mondadori). Protagonista è l’investigatore Abìlio Quaresma (che nome, eh?), che Pessoa definisce un Decifrador.

Non c’è scampo, di Jack Black (Alet)
Dello scrittore non so assolutamente nulla. Il libro, con una prefazione di William S. Burroughs, gira intorno a un tale che, dopo aver ricevuto la propria educazione in un convento, inizia a “campare” con scarsissime risorse. Per cui, più che un protagonista, è un “marginale”. E con occhi di “marginale” guarda in lungo e in largo la grande America.

Credo saranno le mie letture estive, o giù di lì (che, come dice il Nonno, si può anche scrivere Giudy Lee).

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