mercoledì, 31 maggio 2006

Mi ricordavo di aver infilato in qualche libro un foglietto quadrettato con alcuni appunti, mi pare scritti con inchiostro verde, su un tale Versikowski. Metto un po’ di disordine nella libreria. Non trovo il libro dove avrei dovuto infilare il foglietto. Ma trovo qualcos’altro. Come si trovano, d’un tratto e senza preavviso, quegli oggetti messi da parte da anni e dimenticati. E’ L’isola del romanzo di Robert Louis Stevenson (Sellerio). Avevo dimenticato di averlo. Apro il libro, salto l’introduzione di Guido Almansi e leggo l’incipit:

Quando la lettura è degna di questo nome, nel procedimento stesso dovrebbe esserci qualcosa di voluttuso e di travolgente; davanti al libro dovremmo sentirci esaltati, rapiti, praticamente svuotaqti di noi stessi; e quando smettiamo di leggerlo e lo mettiamo da parte, la nostra mente dovrebbe ancora essere piena di un vero e proprio caleidoscopio di immagini, dense e fluttuanti, tanto da impedirci di prendere sonno o di pensare ad altro. (A proposito del “romance”)

Ci penso su un attimo e provo subito un senso di mancanza. Ho difficoltà a ricordare, negli ultimi cinque anni, più di dieci letture che abbiano avuto queste caratteristiche. Potrei pensare che, una volta perso l’ “occhio” delle prime letture, quelle intensissime degli esordi, dopo sia difficile, comunque, farsi prendere. Poi, però, mi dico che forse non dipende solo dalla perdita dello smalto del lettore giovane. No. Il problema è che non ci sono libri, o sono sempre meno, in grado di suscitare sentimenti così forti. Volendo trovare qualche scrittore i cui libri mi abbiano fatto l’effetto di cui scrive Stevenson, su due piedi mi viene da dire Orhan Pamuk e Stanislao Nievo. Non sto a dire perché e percome. Loro due. E mentre penso a qualche altro nome sarei curiosissimo di sapere i vostri. Sì, davvero curiossissimo.

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martedì, 30 maggio 2006

Lo senti arrivare il temporale. Prima ancora che arrivi. Cambia la tensione dell'aria, l'odore. Poi da lontano si annuncia con tuoni potenti, che hanno un suono che sembra realizzato in studio, e invece sono veri. Si avvicina e il cielo è nero come il piombo, e i lampi sotto il banco immenso di nubi sempre più veloci, arrivano da ogni direzione. Il temporale è proprio sulla testa. La pioggia picchia, minuti di furia d’acqua, sembra che il cielo squassi la terra.

Forse arriva dalle montagne, il temporale. E’ rotolato giù per le gole alpine, sceso giù per le valli cascato in pianura senza più ostacoli. E’ esploso.

E la città, che è un unico immoto corpo minerale si risveglia, scossa dalla pioggia sembra poter vivere. Sembra un po’ natura. E da sotto la pioggia, sguazzando nei vortici d’acqua, m’aspetterei di vedere danzare Puck, ed elfi e coboldi giocare alla luce dei fulmini, e folletti e gnomi inseguirsi.

Dalla finestra guardo la pioggia che spazza il cortile. Non ci sono né elfi né folletti. Niente. Anche quel Troll del pellicciaio Valerio se n’è andato da un pezzo.

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lunedì, 29 maggio 2006

Pap Khouma è nato in Senegal 47 anni fa, da 22 anni è residente a Milano e da 10 ha la cittadinanza italiana. Pap Khouma è giornalista e scrittore, si occupa di integrazione e di diritti degli immigrati, e lavora alla Fnac di via Torino.

Pap Khouma, qualche giorno fa (si veda articolo del Corriere della Sera, giovedì 25 maggio, Cronaca di Milano, pag. 6) era a bordo del tram n. 29 quando due controllori gli hanno chiesto il biglietto. Pap Khouma ha risposto che ha l’abbonamento e lo ha mostrato ai due controllori. Ma i due controllori dell’Atm continuano a chiedergli il biglietto. Poi il tram si ferma in piazza della Repubblica, Pap Khouma scende. Intanto arriva un altro tram, ne scendono altri due controllori che si uniscono ai primi e gli chiedono un’altra volta il blìiglietto. Pap Khouma continua a dire di avere l’abbonamento e a mostrarlo, i quattro continuano a chiedergli il biglietto.

A un certo punto uno degli illuminati controllori che lo circondano dice, “Ehi tu, guarda che qua non sei a casa tua. Qua tu devi fare quello che ti diciamo noi, intesi?”, e lui risponde, “Non sono a casa vostra: sono sul marciapiede”. Un controllore gli risponde “Tu devi andare a casa tua. Vai via. Tornatene da dove sei venuto. Vai a casa. Vai via tu e tua sorella”. Pap Khouma reagisce: “Vai a casa tu. E se io ci vado con mia sorella tu ci vai con tua mamma”, dice.

Dal gruppo di controllori dell’Atm parte un pugno, Pap Khouma per difendersi ne tira uno, non sa bene se sia arrivato a segno (io spero di sì), e i quattro controllori gli sono addosso, lui steso per terra, a tirargli calci sulle spalle e sulla testa. Finiscono tutti a terra tra le botte. Poi Pap Khouma vede due agenti della Polizia, qualcuno li ha chiamati, chiedono le generalità ai controllori e a Pap Khouma, che viene portato al Pronto Soccorso.

Quando dico, Dai la possibilità a un uomo di essere peggiore, lui lo sarà, credo di non sbagliare. Fare il controllore è un’ottima occasione.

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venerdì, 26 maggio 2006

E’ on-line Il castello dei fantasmi incrociati, storia collettiva ispirata a Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Davide Ondertoller e Antonio Zoppetti hanno coordinato il lavoro: un viaggiatore entra nel Castello di Beseno e incontra i fantasmi di quelli che furono illustri rappresentanti della casata dei Trapp. A raccontare questi fantasmi alcuni funambolici blogger, tra cui il sottoscritto che, anziché funambolico, è allergico.

Il racconto collettivo è inserito in una manifestazione artistica denominata “Portobeseno, viaggio tra fonti storiche e sorgenti web”: Castello di Beseno (Tn) dal 16 giugno al 20 luglio 2006. Nel blog del Castello sono presenti tutti i capitoli del racconto. Buona lettura.

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venerdì, 26 maggio 2006

Sono sul balcone dello studio. Sto leggendo il n. 11 di The Spicer, l’organo di informazione della casa editrice Marcos y Marcos.

Sto leggendo

Ed eccomi ancora davanti a questo quadretto nella sua modesta cornice. Domani, domattina, bisognerà che io parta per il villaggio, e guardo il quadro a lungo e attentamente, come se dovessi augurarmi un felice cammino.

E’ un pezzetto tratto da Melodia della Terra, di Chingiz Aitmatov. Marcos y Marcos sta pubblicando Chingiz Aitmatov. Poi dalla mensola dove sono impilati i libri da leggere tiro via Occhio di cammello, di Cinghiz Aitmatov, questo edito da Besa. Poi mi ricordo che anche Editoriale scienza h apubblicato un paio di libri di Aitmatov.

Torno sul balcone. Aitmatov è un kirghiso, nato nella pianura del Talas. Quando ero piccolo, mi ricordo, lessi un altro suo racconto lungo, Il battello bianco, si chiamava. Ricordo che mi piacque un sacco, e che forse anche per questo motivo volevo andare in Kirghisistan. E intanto, mentre riprendo a leggere la pagina di The Spicer, sento sotto il naso odore di sigaretta. Mi volto a sinistra, verso il balcone accanto, e vedo il nuovo inquilino, quello che ha preso il posto della famiglia singalese che il sabato cucinava delle cose dal profumo sconvolgente. Il nuovo vicino sta fumando, e intanto parla al telefono. In russo. I russi, o ucraini, hanno preso il posto dei singalesi. Leggo, ci penso un po’ su. I kirghisi. Gli ucraini. I singalesi. Alla fine protendo per i kirghisi. Invece dei russi, vorrei dei kirghisi per vicini. Un appartamento col pavimento coperto di tappeti, un cavallo di quelli bassi e forti dalla lunga coda nel soggiorno, arco e faretra piena di frecce in un angolo insieme a un tamburo. Meglio i kirghisi.

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mercoledì, 24 maggio 2006

E’ tempo di starnuti. La stagione del risveglio. L’aria è satura di vita vegetale: pollini carovilli infiorescenze spore pendoli smerigli. Fioriscono le allergie, gli starnuti, gli occhi rossi e lacrimosi. Un gioioso risveglio.

Quest’anno però, in barba e baffi alle consuetudini, ho deciso di andare in farmacia e comprare un antistaminico. Vado in farmacia. La dottoressa farmacista è carina e sorridente, le chiedo informazioni, lei consiglia, le chiedo altre informazioni, lei consiglia. Avrei voluto protrarre ancora i consigli. Vabbé. Vado via con il mio antistaminico. Al bar butto giù la prima pastiglia. Dopo qualche ora arriva un po’ di sonnolenza. A sera sono serafico come un cherubino il giorno che ha vinto il campionato mondiale di pista con le macchinine elettriche. Tutto sembra più gradevole, rasserenante. Il barista baffuto nel bar sotto casa più gioviale del solito. Valerio il pellicciaio quasi raffinato. La morbida dirimpettaia sembra una santa protomartire. L’agghiacciante signora del quarto piano una dolce nonnina premurosa. Sono al settimo cielo. Ho dimenticato anche che il mondo pullula di immondi rompiballe. Una festa. Eppure sento serpeggiare il dubbio. Recupero la scatola dell’antistaminico e il foglietto illustrativo, quello che nelle pubblicità la voce di uno che sta morendo asfissiato ti ricorda sempre di consultare. Leggo il foglietto. Il medicinale contiene Efedrina. Ah, mi sembrava!

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martedì, 23 maggio 2006

Il 22 maggio 1859 nasceva a Edimburgo Arthur Conan Doyle. E qualche anno più tardi nasceva Sherlock Holmes. Ho “scoperto” l’esistenza di entrambi un’estate di un sacco di anni fa, quando Radio 3 trasmetteva un adattamento radiofonico de Il segno dei quattro. Tornavo dal mare dopo aver giocato per ore a pallanuoto e nuotato e l’unica cosa che mi interessava, prima di pranzo, era ascoltare quella trasmissione. Quando tornai a Napoli comprai subito Il segno dei quattro nella versione Oscar Mondadori. In copertina si vede la sagoma di un Holmes che riflette, accanto il Dr. Watson, e più grande la presenza minacciosa di un uomo, sembra un indiano con turbante e armato che incombe sul Tamigi.

Nella prefazione del 1973 Graham Greene scriveva: “L’ho letto per la prima volta all’età di dieci anni e non l’ho mai dimenticato. Racconti migliori di Sherlock Holmes non hanno lasciato traccia; non riesco a ricordare nulla del Cerimoniale dei Musgrave e dell’Uomo del labbro storto, e tuttavia la buia notte di Pondicherry Lodge (Norwood) non si è mai cancellata dalla mia memoria”.

Leggere il libro fu un’esperienza fulminante. Non solo perché completai il senso della storia che mi mancava per non aver potuto seguire tutta l’adattamento, ma perché ebbi tutto il tempo di perdere il controllo e rileggerlo subito un’altra volta. Si era aperto un mondo, prerogativa che non molti romanzi e scrittori hanno. Un mondo, sì. Con personaggi pieni di fascino: si pensi che Holmes a distanza di anni è una “persona” più che un personaggio. Una delle cose più straordinarie che Holmes, per quanto integerrimo difensore della legge e dell’ordine, non era un eroe senza macchia. Già. Perché Holmes si faceva di cocaina, in soluzione al sette per cento. Mica panino con la mortadella. E poi Holmes, oltre a essere una straordinaria macchina deduttiva, era pure un buon pugile, e appassionato di violino, apicoltura, filologia, scherma, ginnastica (prima di colazione). E aveva un amico giurato del calibro del Dr. Moriarty. Insomma, ce n’è da scrivere quattro romanzi e una lunga serie di racconti. Che, naturalmente, comprai a cascata subito dopo (nei due grandi volumi Mondadori, copertine blu e gialla con riquadro illustrato centrale), scoprendo anche la “nascita” di Holmes nel precedente Uno studio in rosso.

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lunedì, 22 maggio 2006

Il sole si avvia al tramonto. Dallo stereo arriva la musica di Clément Marot (1497 – 1544) eseguita da una voce e due liuti, a cui si mescolano i richiami delle rondini fuori, e io sto leggendo Pietre che cantano, saggio di Marius Schneider (edito da SE) dedicato al rapporto tra musica e architettura.  Schenider che studiò i chiostri romanici di San Cugat, Gerona e Ripoll, in Catalogna, assegnando alle figure fantastiche in essi scolpite altrettanti valori musicali. Leggendo e ascoltando musica mi viene da pensare a della musica. Sarà a causa di Eric Satie e del blog a lui ispirato, sarà per gli ascolti della musica di Satie eseguita da Alessandra Celletti, m’è tornata alla mente una sera di molti anni fa, e un concerto di Alain Kremski, dalle parti dell’Ile St. Louis, a Parigi.

Kremski suonava nel negozio di un antiquario armeno: ci si poteva sedere ovunque, su poltrone, sedie, sofà, o sui tappeti stesi sul pavimento e sui cuscini, e ascoltarlo suonare Satie, Debussy, Messiaen, Gurdjieff (di cui Kremski ha inciso l’intera produzione musicale). Kremski sostiene che esiste un legame, una comunanza tra le musiche di quei musicisti, e ascoltandolo suonare era possibile comprenderlo, questo legame. Era come una meditazione musicale. Ci si poteva concentrare su quella musica fino al punto da non avere più pensieri, e rimanere sospesi. E tutti, in quel negozio rimanemmo sospesi, fino alla fine del concerto. Quando l’ultima nota del piano finì di risuonare, dopo un lungo attimo di silenzio, ci si sciolse tutti in un applauso pieno di benessere.

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venerdì, 19 maggio 2006

L’idea è carina: prendere otto giovani autori (fino a un certo punto) e fargli scrivere altrettanti racconti brevi che abbiano a che fare con la musica e il suonare in un gruppo. Così, esce fuori Tutti i musicisti devono morire (Coniglio Editore) con contributi di Gianluca Morozzi, Massimiliano Nuzzolo, Domenico Mungo, Stefano Sardo, Mario Pigozzo Favero, Luca Ragagnin, Emanuela Trapani e Yari Selvetella.

Leggo i racconti. Quando ho finito mi chiedo se mi interessa la letteratura “giovanilistica”. Non più, mi rispondo, e forse anche prima non mi interessava poi tanto. Poi mi sono chiesto se, tempo fa, si vedesse in giro così tanta letteratura “giovanilistica” come ora. La risposta è stata No. Allora ho pensato che le case editrici, Coniglio Editore come tante altre, stanno lucidamente percorrendo la strada della narrativa “giovane”, e mi sono chiesto, Ma ha un senso tutti ciò, e la risposta, questa volta è stata, Sì.

Poi mi capita di leggere questo:
Nel 1985 Pier Vittorio Tondelli identificava le risorse della nostra narrativa in quelli che brillantemente definì “scarti generazionali”, ossia “elementi devianti dall’uniformità dei loro compagni (…) una marea di giovani improduttivi e selvatici, incazzati e morbidi, ubriaconi e struggenti”.

E’ l’incipit di Enrico Brizzi, monografia di Stefano Izzo pubblicata da Cadmo.

Più o meno ci siamo. Ognuna a modo suo, ma credo in modo più o meno uniforme, molte case editrici stanno facendo proprio questo. Finalmente, si potrebbe dire, perché un tempo l’editoria italiana non dava molto spazio alla scrittura “giovane”. Fin qui tutto bene: c’è spazio per tutti, dico sempre, non deve trionfare un unico modello di letteratura, deve esserci la possibilità per opzioni differenti.

Poi mi sono chiesto, Ma i racconti, a parte un’enorme nostalgia per gli anni ’80 e la musica dei Dead Can Dance, dei Violent Femme e dei Jesus & Mary Chain, che cosa mi hanno detto? Poco o nulla. Qui sta il problema.

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categoria:letture, editoria, scrittura
venerdì, 19 maggio 2006
Non so se avete presenti i mosaici della Villa romana di Piazza Armerina, in Sicilia. In quei mosaici, tra i disegni bellissimi, ci sono anche delle fanciulle in due pezzi castigati e severi, ma in due pezzi. Ebbene, la morbida dirimpettaia indossa un completo intimo molto simile a quelli dei mosaici di Piazza Armerina, e intanto si asciuga dopo averla lavata la lunga chioma nera. Se ne sta in bagno, dalla mia cucina si vede tutto stando comodamente seduti a tavola, la finestra spalancata ad asciugarsi i capelli. In momenti così, nel silenzio condominiale della prima sera, il tempo sembra fermarsi.
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