Mi ricordavo di aver infilato in qualche libro un foglietto quadrettato con alcuni appunti, mi pare scritti con inchiostro verde, su un tale Versikowski. Metto un po’ di disordine nella libreria. Non trovo il libro dove avrei dovuto infilare il foglietto. Ma trovo qualcos’altro. Come si trovano, d’un tratto e senza preavviso, quegli oggetti messi da parte da anni e dimenticati. E’ L’isola del romanzo di Robert Louis Stevenson (Sellerio). Avevo dimenticato di averlo. Apro il libro, salto l’introduzione di Guido Almansi e leggo l’incipit:
Quando la lettura è degna di questo nome, nel procedimento stesso dovrebbe esserci qualcosa di voluttuso e di travolgente; davanti al libro dovremmo sentirci esaltati, rapiti, praticamente svuotaqti di noi stessi; e quando smettiamo di leggerlo e lo mettiamo da parte, la nostra mente dovrebbe ancora essere piena di un vero e proprio caleidoscopio di immagini, dense e fluttuanti, tanto da impedirci di prendere sonno o di pensare ad altro. (A proposito del “romance”)
Ci penso su un attimo e provo subito un senso di mancanza. Ho difficoltà a ricordare, negli ultimi cinque anni, più di dieci letture che abbiano avuto queste caratteristiche. Potrei pensare che, una volta perso l’ “occhio” delle prime letture, quelle intensissime degli esordi, dopo sia difficile, comunque, farsi prendere. Poi, però, mi dico che forse non dipende solo dalla perdita dello smalto del lettore giovane. No. Il problema è che non ci sono libri, o sono sempre meno, in grado di suscitare sentimenti così forti. Volendo trovare qualche scrittore i cui libri mi abbiano fatto l’effetto di cui scrive Stevenson, su due piedi mi viene da dire Orhan Pamuk e Stanislao Nievo. Non sto a dire perché e percome. Loro due. E mentre penso a qualche altro nome sarei curiosissimo di sapere i vostri. Sì, davvero curiossissimo.







