venerdì, 31 marzo 2006

Scrivendo di percorsi in metropolitana in Viteincolonnate, facevo cenno agli psicogeografi citando Alex Roggero. Ne Il treno per Babylon (Feltrinelli), Oggero scrive di persone che “vagavano per la città dalle prime ore dell’alba, rincorrendo sequenze di numeri di griglia scelti a casaccio dalla mappa A-Z”. Quelle persone, appunto, erano psicogeografi. Cletus commentava quel breve post chiedendo chi fossero gli psicogeografi e se avessero dei blog. Premettendo che non so ancora se qualche psicogeografo abbia un blog, posso però accennare a cosa siano.

La nascita della psicogeografia rimanda all’incontro di Guy Debord con il lettrista rumeno Isidore Isou. Al centro dell’indagine, tra l’altro, c’era il tempo libero e il suo “sfruttamento”  all’interno della modalità di economia capitalistica. Debord e i lettristi individuarono nella costruzione di “situazioni” la possibilità di costruire un gioco che sfugisse alle precostituite logiche del tempo libero, consentendo ai giocatori di giocare un gioco “deciso” da loro stessi e non da altri. Il discorso si allargò anche allo spazio urbano e architettonico, anch’esso inteso, sulla scia di Foucault e di De Certeau, come uno spazio di coercizione fisica, espressione di un potere e di una dominazione. Nascevan così la psicogeografia, il cui obiettivo era decostruire gli ambienti urbani dopo uno studio “delle leggi e degli effetti precisi di un ambiente geografico ordinato coscientemente o meno, che agiscono direttamente sul comportamento effettivo degli individui”. Nascevano così un metodo e un gioco allo stesso tempo, un gioco che si dispiegava nelle Derive Lettriste, un modo di vivere la città attraverso “creatività pura” che univa psiche e territorio. La Deriva Lettrista si esplicitava in una “passeggiata” con cui individuare ispirazioni per costruire una nuova città, secondo un progetto di Sconvolgimento dell’Architettura. Ora incomincerò a pensare a una mia Deriva. Chissà cosa ne verrà fuori.

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giovedì, 30 marzo 2006
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giovedì, 30 marzo 2006

Da Weekend Viaggi, supplemento di Repubblica, n. 408, 9 marzo 2006

In “Storia & Folclore” si parla di Donnalucata, paese del Sud della Sicilia, di cui l’estensore dell’articolo si sofferma a parlare delle tradizioni culinarie e dei festeggiamenti in onore di San Giuseppe. Nel sommarietto accenna a “divertenti manifestazioni popolari” , ma fin qui passi. Poi prosegue per un terzo del pezzo senza scosse e senza pretese. Poi, si catena. Parla di “seppie locali”, di “ricche acque locali”, di “ricette marinare locali”, della “chiesa locale” e, per chiudere, della “locale chiesa”. L’abbondanza di locale non manca di incuriosirmi. Locale. All’autore piace la parola locale. Si vede che gli evoca qualcosa di genuino, di originario, magari di spontaneo e ancora preservato dai cambiamenti e dai guasti della modernizzazione. Qualcuno, però, dovrebbe spiegargli che locale significa del luogo, e quindi è scontato che ogni cosa si trovi o si faccia in un luogo è di quel luogo, quindi locale. Vorrei vedere una chiesa di un paese non essere locale. E poi le seppie locali? Ma perché hanno la residenza, sono iscritte all'anagrafe? E se venivano in viaggio di piacere da quelle parti e si sono fatte pescare come delle seppie dai locali pescatori?

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mercoledì, 29 marzo 2006
BOH

B) Nella sala d’attesa della Stazione di Bologna: il treno per Milano ha un ritardo di 40 minuti. Una donna e un uomo siedono perfettamente immobili e in silenzio l’una accanto all’altro. La donna osserva a lungo lo squarcio nel muro, chiusoo da un vetro, che ricorda l’attentato e i morti del 2 agosto 1980. Osserva a lungo, la donna, e poi si gira verso l’uomo e chiede: Ma forse è in quel buco che misero la bomba, allora?

O) Per strada una ragazza dice all’amica: Dopo le caramelle alla menta per me il sesso è la cosa più importante.
 

H) Sempre per strada, ascolto questa conversazione sostenuta al cellulare da un uomo dal volto butterato:

Uomo: Sì, l’ho detto subito a Mauro, l’ho detto.

Uomo: Ma sì.

Ma si, sì ti dico, l’ho detto a Mauro.

Sìììììììì, sìììììì.

Sì, a Mauro, è l’unico che conosciamo, Mauro di Giovanna, sì.

Sììì, MA-U-RO!!!!!

Sì ti dico. Ma per fartelo capire cosa devo fare, tatuare la sua faccia sulle chiappe di tua sorella?????!!!!!

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martedì, 28 marzo 2006
A bordo dell’eurostar per Bologna. Sto rileggendo queste parole:

Le montagne, le valli solitarie e boscose, le isole strane, i fiumi sonori, il soffio delle auree amorose. La quieta notte aperta al levarsi dell’aurora, la musica taciuta, la solitudine sonora…

quando nel vagone sale un professore seguito da una torma di studenti diretti a Roma in gita. Il professore, che insegna biologia a Gorgonzola, ha un problema: una ragazza ha confermato la sua presenza all’ultimo momento, ed è riuscita a trovare un  biglietto, ma con un posto lontano da quello gruppo. Il professore di biologia di Gorgonzola, però, non è uno che si perde d’animo. Incomincia a girare per il vagone, con la petulanza di certi personaggi di Carlo Verdone, chiedendo a tutti: Non è che, no dico sa la ragazza bla bla bla, il posto lontano, bla bla bla, cambierebbe il suo posto con quello della ragazza, bla bla bla. Nessuno è disposto a cambiare il proprio posto. Ma il professore di Gorgonzola non si perde d’animo. Carica a testa bassa due donne che stanno parlando vicino a me. Mi scusino, dice, sono un professore, bla bla bla, la mia alunna bla bla bla, No entiendo, dice una delle donne, No è che il posto è lontano, bla bla bla, NO ENTIENDOO!!! Ripete la signora. Finalmente il professore di Gorgonzola capisce, Ah siete spagnole!!! E attacca a spiegare tutta la storia in inglese maccheronico, ma con accento spagnolo farlocco che io sto subito male e scoppio dal ridere ma non voglio ridere perché mai e poi mai mi perderei una scena del genere. No entiendes, ripete infastidita la signora, che poi non è spagnola ma venezuelana. Al che il professore di Gorgonzola saluta e si avventa su di me.

Lei è spagnolo, per caso, mi chiede serio. Io sto per scoppiare, sono paonazzo, mi manca l’ossigeno, e per non ridere cerco di pensare a cose tristi come, per esempio, il Parlamento italiano, lo scioglimento della calotta artica, la dirimpettaia che non può darsi alla pazza gioia perché a casa c’è il fratello.. No, non sono spagnolo, dico, ma se vuole lo parlo, non si preoccupi. E lui, serissimo, no grazie, meglio l’italiano. Sa, dunque, una mia alunna, bla bla bla, il biglietto all’ultimo momento, bla bla bla. Io sorridendo mi salvo dicendo: Mi spiace, scendo a Bologna, le conviene cercare qualcuno che scenda alla stessa stazione. E lui mi ringrazia, e riparte per la sua ricerca. Tormenta tutto lo scompartimento. Fino a quando non scopre che da mezz’ora c’è un posto libero vicino ai loro, e che la ragazza dell’ultim’ora può sedersi tranquillamente.

Allora il professore di Gorgonzola va a sedersi al suo posto. Rimane in silenzio per qualche minuto. Poi riparte di nuovo e incomincia a perseguitare gli alunni che non si sono seduti nel posto corrispondente alla prenotazione del loro biglietto. E conclude: Va bene non sapere niente di biologia, ma non saper riconoscere i numeri è grave, eh ragazzi!??!

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lunedì, 27 marzo 2006

Può essere molto piacevole ascoltare un concerto per arpa in una Sala, quella del Grechetto, all’interno della Biblioteca Sormani. La Sala del Grechetto ha le pareti interamente coperte dalle tele del Grechetto, appunto, che raffigurano il mito di Orfeo, ritratto nell’atto di suonare incantando ogni genere d’animale. L’arpista ha eseguito musiche di Domenico Scarlatti, Félix Godefroid, Marcel Turnier, Carl Phillipp E. Bach, Henriette Renié. Di quest’ultima compositrice, in particolare, ha suonato Ballade fantastique d’après “Le coeur révélateur” d’Edgar Allan Poe (1911). E’ la trasposizione in musica del racconto di Poe, rigo per rigo. La composizione, e il suo colore, riportano alla mente tutte le fasi del racconto: l’ossessione del protagonista per l’occhio del vecchio, le visite notturne nella sua stanza da letto con la lanterna schermata, l’omicidio, l’occultamento del corpo, l’arrivo della polizia, il crescente battito fantasmatico che spinge il ragazzo a confessare l’uccisione.

Può essere molto piacevole se però non mi fosse scappata improvvisamente un’idea, una di quelle idee che potrebbero starsene al loro posto, magari sbucando fuori dopo, in un momento più opportuno. Ebbene, ascoltando il suono dell’arpa m’è venuta in mente la musica del vecchio Intervallo televisivo. Quella che faceva plin plin plin plin plin blin (eccetera) e si vedevano fotografie di città e paesi con una didascalia sotto che spiegava. L’aggravante è che mi sono visto passare davanti agli occhi il MIO di Intervallo C’era sempre la musica dell’arpa, ma le immagini con didascalia erano queste (immaginate adeguata musica d’arpa di sottofondo):

Plin plin plin plin…
Quarto Oggiaro*: sparatoria

Plin plin plin plin…
Cerro Maggiore: la discarica

Plin plin plin plin…
Zelo Surrigone: il Mercatone del Mobile

Plin plin plin plin…
Gratosoglio: lo stazionamento dei tram

L’ho detto a C.C. cosa stavo pensando. E lui scoppia a ridere: si tampona la bocca con le mani, diventa paonazzo e gli scappa mpfffffmppff da sinistra e destra. Mi sono messo a ridere anch’io.

*Si tratta di comuni dell’interland milanese, tranne Quarto Oggiaro che è un quartiere, credo, come pure Gratosoglio.
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venerdì, 24 marzo 2006

Nel giro di pochi giorni sarò a Firenze, poi a Bologna e a Napoli. Avrò poco tempo a disposizione e trascurerò molte cose, tra cui questa. Comincio ad andare veloce già da ora.

E segnalo Letteralmente, il portale della piccola editoria.

Poi mi ricopio questo pezzetto di New York City Serenade di Bruce Springsteen, tratto da The wild, the innocent & the E-Street Shuffle, che è una specie di talismano (provate ad ascoltarla!) e ha per me ha un enorme potere suggestivo, e che mi predispone meglio a scrivere, di solito. Lo porterò in giro con me:

Billy he's down by the railroad tracks
Sittin' low in the back seat of his Cadillac
Diamond Jackie, she's so intact
As she falls so softly beneath him
Jackie's heels are stacked
Billy's got cleats on his boots
Together they're gonna boogaloo down Broadway and come back home with the loot
It's midnight in Manhattan, this is no time to get cute
It's a mad dog's promenade
So walk tall or baby don't walk at all

Poi al volo segnalo una curiosità. Nel libro Trucchi d’autore, curato da Mariano Sabatini e pubblicato da Nutrimenti, c’è una raccolta di interviste a scrittori sulle loro abitudini di scrittura: tic, paure, procedure, tecniche. Di ognuno viene messo in evidenza qualcosa a partire dal titolo dato a ogni intervista. Tra Marco Vichi, Edoardo Albinati, Piero Colaprico, Aldo Nove, Gianfranco Nerozzi, Giuseppe Culicchia, Tullio Avoledo, Massimo Carlotto (per dirne qualcuno) c’è anche Antonella Boralevi. La sua intervista è stata intitolata così: “La possessione di Antonella Boralevi”. Possessione? Bah!

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giovedì, 23 marzo 2006

Pensate che danni fa il traffico. Un grande jazzista, uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz, ha un appuntamento con un grande rocker, dei più grandi chitarristi della storia del rock. Il grande trombettista deve raggiungere il grande chitarrista perché devono mettersi d’accordo per incidere un disco insieme. Ma il traffico londinese fa arrivare in ritardo il trombettista jazz, e intanto il chitarrista rock se n’è andato. Capita poi che, dopo 20 giorni, il chitarrista rock muoia. La grande occasione è persa, niente disco insieme. Porca pupazza. E pensare che il trombettista jazz è molto attratto dalla musica del chitarrista rock, e viceversa. Si sono già incontrati, il disco era nell’aria. E lì rimane. E pensare che il trombettista jazz aveva inciso un pezzo, Madmoiselle Mabry, sviluppando un pezzo del chitarrista, che si chiama The wind cries Mary. E pensare che il chitarrista rock aveva ben presenti certe cose del trombettista jazz come Kind of blue. S’è capito che si tratta di Miles Davis e Jimi Hendrix? Ma porca pupazza. Ma ci pensate cosa sarebbe venuto fuori? E non solo nel disco, ma anche solo in sala di registrazione tra una prova e l’altra. Non mi resta che leggere Jimi Hendrix di Sharon Lawrence (Mondadori). Porca pupazza.

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categoria:letture, ascolti
mercoledì, 22 marzo 2006

Per gioco cerco di ricordare cosa c’è sulla mia scrivania in redazione. Naturalmente non parlo di ciò che può essere consueto, come penne, block notes, quaderni, ritagli di giornale, fogli, post-it appiccicati ovunque, rubriche. Penso alle cose più inusuali. Allora diventa più facile, anche a distanza, ricordare con precisione quali sono gli oggetti che possono rientrare in questa categoria, benché sommersi nel caos che regna sovrano su tutta la superficie della scrivania. Ecco l’elenco:

Un calendarietto con immagini erotiche provenienti da antiche pitture greche.

Uno stura lavandini con manico in legno e ventosa in gomma rossa.

Un pupazzetto Barney, il prersonaggio de “Gli antenati”, che si carica e cammina.

Una bottiglia di Lancers vuota.

Un preservativo arancione con sembianze di pupazzetto inserito su una piccola base e chiuso in una capsula cilindrica di plastica trasparente. 

Un pugno di plastica bianca a molla che, una volta pressato sulla base, spicca un salto.

Un'edicola votiva dedicata a  Naomi Campbell.

Un posacenere nero contenente un tappo di sughero.

Ho ricordato queste cose perché la scrivania su cui lavoro, benché non sia a casa (e purtroppo sul luogo di lavoro), è come un’isola personale, un pezzo di roccia su cui sono unico regnante.

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categoria:diario
martedì, 21 marzo 2006

Giulio Salierno, sociologo scomparso pochi giorni fa a Roma, diceva (si veda l'ultimo Alias) a proposito dell’uso del “nemico” come collante politico:

Solo certe élite che hanno perduto il polso della realtà possono guardare con distacco ironico la presa che la coppia concettuale amico/nemico riesce a esercitare sugli esclusi.

Queste parole, ricondotte a una dimensione privata, o individuale, mi servono per mettere a fuoco una categoria psico-umana con cui, forse tutti prima o poi, ci troviamo ad avere a che fare. Parlo di chi non riesce a concepire il rapporto con l’altro se non attraverso una contrapposizione. Essere contro. Contro un’idea, contro una persona, contro uno slancio, contro qualsiasi cosa. E’ come se l’identità di questo tipo di individui dipendesse “violentemente” dalla contrapposizione: mi contrappongo, quindi sono (qualcuno). E’ una riflessione, anche un po’ frettolosa, che m’è venuta qualche giorno fa nel corso di una discussione. Alla fine, però, mi sono chiesto: ma perché queste persone, invece che essere contro, non si sforzano di essere in, con, su, per, fra, tra? Ne parlerò con Pigadev, che in questo senso sarà sicuramente in grado di illuminarmi.

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categoria:pigadev