Ricevo da Giovanni Choukhadarian
Un problema, cioè il problema con La custode del disastro (ma il titolo corretto è Studio per La custode del disastro, e indica con precisione chirurgica la dimensione in fieri del lavoro), di Tiziano Scarpa (con Stefania Pepe, per la regia di Bruno Fornasari) sta nella sua natura. E’ infatti un monologo. All’università sono istituiti ormai da anni monografici in cui si studia il prepotere che questa forma semplice ha assunto, almeno dal secondo Novecento teatrale in poi. Non è una questione del tutto priva di rilievo: il monologo riduce, e in realtà quasi azzera, il peso dell’azione drammatica, assegna a un solo interprete il ruolo di protagonista e deuteragonista, in ultima analisi ha forse piuttosto a che fare con la narrativa che con il teatro: non quello dei tragici greci né quello di Shakespeare, ma anche proprio di Beckett o Thomas Bernhard (il quale è qui del tutto assente, con grande sollievo del pubblico). Tutti questi preconcetti, però, cominciavano però a perder di senso ascoltando a Radio 3, l’11 febbraio scorso, La visita, radiodramma politico che Scarpa ha affidato alla spettacolare interpretazione di Franco Branciaroli. Lo scrittore veneziano-milanese è in possesso (anche) di una lingua tesa ma priva di magniloquenze, alta e però senza i troppi ammiccamenti midcult di parecchio teatro giovane d’Italia. La storia della Custode, che è detta da una Stefania Pepe materiale e vigorosa, è quella di una dinastia tutta di maschi, che costruisce di tutto, fino a che arriva, inevitabile, lo sfacelo. Pepe impersona una guida turistica che mostra il disastro, o meglio e più propriamente lo sfacelo di una villa che ovviamente non si vede. Lo spettacolo di Scarpa è quindi anche, se non magari soprattutto, una riflessione a voce alta sulle possibilità evocative e performative dell’atto linguistico, qui spinto spesso e volentieri dalle parti dei poco frequentati territori del paradosso. La nudità dell’allestimento di Fornasari, unita alle luci spoglie di Paolo Calafiore servono a perfezione un testo che raggiungerebbe gli esiti ragguardevolissimi della Visita, non fosse per un finale un po’ patetico, in cui la guida turistica, altrove inflessibile nel suo pragmatismo, si abbandona all’evocazione di Maia, la figlia che non avrò mai, e alla descrizione della di lei cameretta, comperata ovviamente all’Ikea. Alla fine della seconda replica milanese, applausi convinti per Scarpa e tre chiamate in scena per Stefania Pepe, autentica dominatrice della serata.