lunedì, 31 ottobre 2005

La nebbia si è alzata rapida, e ora densa avvolge ogni cosa, trafitta solo dalle luci giallastre della Sezione Rialzo della Ferrovia. Sto contemplando quella nebbia, che era tempo che non si vedeva così forte, e mi viene in mente come un lampo l’idea che lo scrittore Raymond Carver e il pittore Edward Hopper abbiano qualcosa in comune. Anzi, molto. Allora lascio perdere la nebbia e vado in soggiorno a prendere ciò che mi serve: “Hopper”, volume della collana “I classici dell’arte” di Rizzoli/Skira. Leggo la presentazione, preziosa a mio parere, di Elena Pontiggia. Tutto inizia da questo: “Scriveva Nietzsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. Ed Edward Hopper li possiede entrambi, e nel grado più alto. Certo. I quadri di Hopper uniscono un alto grado di realismo (strade, fari, uffici, bar notturni, stanze d’albergo) a un alto grado di irrealtà: le strade spesso sono deserte, private di ogni forma di lavoro e funzione, le figure umane sembrano spesso paralizzate da un gelo che proviene dall’interno, che si disperde nell’ambiente attraverso sguardi fissi nel nulla, persi. Sembrano non commettere azioni anche se, in effetti, stanno pur facendo qualcosa. In questo caso, c’entra poco la solitudine, dice la Pontiggia (e lo diceva anche Hopper, del resto), che aggiunge: “E si capisce poco di lui, se ci si limita a leggere la sua pittura in una prospettiva intimista. Quello che gli interessa è l’ontologia, più che la psicologia. Altrimenti, si potrebbe obiettare, avrebbe prestato maggiore attenzione ai volti, alle espressioni. Invece ritrae le figure da lontano, e non asseconda mai la curiosità dell’osservatore che vorrebbe conoscere antefatti, sviluppi, dettagli. La pittura di Hopper è piuttosto un tentativo di rappresentare i fondamenti della natura e dell’uomo”.

Mi godo la presentazione di Elena Pontiggia. Osservo di nuovo la nebbia, che ora si sposta in banchi. Continuo la lettura.

Nelle tele di Hopper c’è un’immobilità senza suono, il quotidiano assume connotati non-quotidiani ma “metafisici. La luce di Hopper (qualcuno ha scomodato Vermeer per questo) sembra immobilizzare ogni cosa e porre una distanza insondabile tra le figure ritratte e chi le osserva. “E’ allora, in quell’intuizione vertiginosa, che la visione diventa assoluta. Ed è allora che l’immagine puà apparire in una luce abbagliante, trionfale, o al contrario intridersi della malinconia di chi teme, nella vita e nell’arte stessa, un’assenza di significato”.

Un’assenza di significato. Chi teme un’assenza di significato.


Penso a Carver. Al realismo “spietato” dei suoi racconti che, però, trasudano irrealtà ovunque. Penso alla luce che c’è nei racconti di Carver, ma anche alle penombre-chiaro-scuro, che in comune hanno la capacità(funzione) di far risaltare così nettamente i dettagli e i contorni da far assumere a tutto, appunto, una dimensione irreale, distante. Come mi sembrano vicini, pittore e scrittore. E mi torna in mente la frase “di chi teme, nella vita e nell’arte, un’assenza di significato”. E Carver, mi dico, con la (breve) vita che ebbe, con tutti i problemi, i guai, i debiti e i figli da mantenere qualche paura di questo tipo l’avrà pure avuta, no?

Per eventuali perditempo interessati ad approfondire la conoscenza di Hopper

M. Zambon, Pittura e crisi dell’uomo contemporaneo. Edward Hopper e Francis Bacon , Napoli 1998

R.G. Renner, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazione del reale, Colonia 1991

E. Pontiggia (a cura di), Edward Hopper. Scritti interviste testimonianze, Milano 2000


*Questo post è dedicato a Seia Montanelli e Davide Malesi, che ringrazio per aver animato un’interessante (beh, almeno per me) dibattito su Carver in questo blog.

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categoria:visioni, letture, scrittura
venerdì, 28 ottobre 2005

Era tornata da almeno due settimane, la dirimpettaia. La si vedeva spesso a casa indolente e svogliata, indossare un accappatoio azzurro da rilassamento casalingo. La si vedeva a lungo sostare davanti al computer a fare certi giochetti rompicapo o sorbirsi film smollata in poltrona accarezzando il gatto. Non era la dirimpettaia, insomma. Fino a lunedì scorso. Stavamo sistemando bagagli in camera da letto, e borse libri sacchetti stoffe datteri, quando si è illuminato l’appartamento speculare del terzo piano e s’è vista la morbida dirimpettaia irrompere allegra trascinando il fidanzato. Allegra. S’è presa il giovane e se l’è portato nella stanza dove la madre di solito transita e s’abbiglia e spogliarella fumando. E tutti e due si son messi a parlare e scherzar distesi, e incrociar mani, e incrocia e poi incrocia ancora si son trovati incrociati del tutto. A luci accese sfolgoranti e tende aperte si son spogliati svelti per il condominio intero, e piombati addosso che era tutto un toccami, si son trovati l’un dentro l’altra prima con circospezione, ma poi con frenesia che sembrava terremoto. Poi la dirimpettaia, saltata sul fidanzato, con torcimenti da baccante, sussulti e arrovesciamenti e mulinar di capelli scuri s’è affrettata a concludere l’incontro offrendo a tutti l’oscillare sorridente del suo morbido sedere. A cose fatte è balzata su, e con colpo di teatro s’è avvolta nell’azzurro accappatoio, ritta e fiera dinanzi alla finestra. Ancora per un attimo morbidamente nuda.

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categoria:visioni, diario, condominio
venerdì, 28 ottobre 2005
Nei Meridiani Mondadori esce “Tutti i racconti” di Raymond Carver.

Bompiani ha pubblicato “Contro il mondo, contro la vita”, saggio di Michel Houellebecq su H.P. Lovecraft.

Claudio Magris, invece, esce da Mondadori (non Garzanti!) con “L’infinito viaggiatore”
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giovedì, 27 ottobre 2005
Da 100 giorni l’aria di Milano supera la soglia massima di respirabilità. Ovvero, fa molto più schifo di quanto sarebbe ancora accettabile. Spesso, soprattutto la sera, si sente una puzza dolciastra (ma che non si scambi la radice dolc per qualcosa di seppur vagamente positivo) che si appiccica addosso, che insegue fino a casa.

Ieri mattina, andando a piedi a lavoro, ho visto un’auto parcheggiata su cui il padrone aveva appiccicato quattro grandi cartelli, tra parabrezza e fiancate, con su scritto QUESTA AUTO FA SCHIFO. A 30 MILA CHILOMETRI SI E’ ROTTA.

Sempre ieri, per strada, un ragazzo cerca di trattenere una ragazza che cerca di allontanarsi da lui stringendole il braccio. La ragazza dice: “Non mi toccare, che mi fai troppo schifo”.
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mercoledì, 26 ottobre 2005
Oggi ricorre l’anniversario della caduta del primo dentino di Eric Satie, e con Eiochemipensavo (vedi link a destra) abbiamo deciso di commemorare l’evento, ognuno a suo modo.. Il musicista nacque a Honfleur, cittadina della Normandia in cui è visitabile quella che fu la sua abitazione. Satie scrisse opere come Piéces froids, Sonneries de la Rose + Croix, i Notturni, le Gymnopédies. Nel 1880 entrò nella Societé de la Rose Croix, e ne divenne il musicista ufficiale. Di lui Jean Cocteau scrisse: “Questo strano uomo che noi tutti indicammo come buon maestro era di una condotta talmente pura da diventare invisibile agli occhi di una folla di giudici abituati a non riconoscere una condotta se non per i suoi eccessi. Non esiste un pudore più adorabile di quello di cui l’opera di Satie è esempio”. Questa la traduzione approssimativa che ho tirato fuori dalle note presenti in Piano Works. Vol. 1, disco pubblicato dalla Naxos, suonato dalla pianista Klàra Koermendi tra l’1 e il 3 giugno 1992 nella Chiesa Unitaria di Budapest. La musica di Satie è tra quelle che hanno su di me un forte potere tranquillizzante e, soprattutto, in grado di aumentare la concentrazione. Ma, a pensarci bene, non deve essere solo la sua musica a farmi questo effetto. Infatti, quando andai a Honfleur e arrivai sotto la sua casa mi sentii di colpo così rilassato che rimasi lì, davanti alla porta, per quasi una mezz’oretta. Poi fui tirato via con forza.
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martedì, 25 ottobre 2005
La morbida dirimpettaia è tornata!
E c'è già materiale biografico di grande rilievo. Lo dico sempre, quella ragazza ha talento!
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martedì, 25 ottobre 2005
Cabourg

Leggo Alias e, sorpresa, trovo pagina 17 che per metà ospita una foto in bianco e nero di Georges Perec giovane: capelli a spazzola, naso aguzzo, niente barba, maglia a collo alto. L’altra metà ospita un articolo, “Lingua, buco nero”, l’ha intitolato l’autore, Massimo Raffaelli, che annuncia la ripubblicazione, da Mondadori, di W o il ricordo dell’infanzia. Io ho un’edizione Rizzoli (1991) con titolo W o il ricordo d’infanzia. Comunque sia, si tratta di un libro che Perec ( e il suo editore, Denoel) diede alle stampe nel 1975, e che si sviluppa su due piani: da una parte l’autobiografia dello scrittore da bambino (che perse i genitori, ebrei polacchi, in guerra e in campo di concentramento), dall’altra la storia di W, un’isola della Terra del Fuoco dove una comunità ha consacrato la propria vita quotidiana allo sport. Ora, la cosa, cioè il fatto che si ristampi questo libro e che, più in generale, si parli di Georges Perec, mi fa molto piacere, perché a questo scrittore mi ci sono proprio affezionato. Tanto da decidere di scriverci su un piccolo saggio, e da girare tutta Parigi per fotografare le case in cui abitò. La foto che vedete qui (che vedrete), comunque, è stata scattata a Cabourg, in Normandia. Quello che si vede è un albergo, quello in cui Proust ambientò alcuni episodi della Recherche. E che c’entra, vi chiederete. Nulla, se non il fatto che proprio lì m’è venuta l’idea gloriosa di scrivere questo saggetto. E penso che devo darmi una mossa, per metterci la parola fine.
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categoria:letture, foto, luoghi, perec
lunedì, 24 ottobre 2005
Sera: fuori la nebbia si sta addensando e le luci sembrano più gialle, fantasmatiche. Sto in soggiorno e scrivo, e tengo la radio accesa. Ogni tanto mi alzo dalla poltrona e scatto verso lo stereo, per registrare in tutta fretta quanto sto ascoltando, poi cambio canale, ritorno a registrare, ricambio canale. E’ una vecchia abitudine: di volta in volta registro frammenti di musica, parole, notiziari, segnali orario, effetti, millimetri di spot, pezzetti di dibattiti. Ne escono fuori cassette schizoidi, frullati, lunghe sequenze che potrebbero costituire una specie di zapping sonoro, invece che visivo. Questa volta, in circa mezz’ora ho registrato, tra l’altro, un pezzo di una trasmissione su Radio 3 dedicata ad Aleppo, ai mercanti armeni e alle rovine di un’antica chiesa bizantina che ci sono intorno, un frammento della canzone dei Depeche Mode che in questi giorni passa di continuo su tutte le frequenze, 30 secondi di Human touch di Bruce Springsteen su Radio Capital, dieci secondi di notiziario sulla viabilità da Isoradio, 12 secondi di All along the watchtower di Jimi Hendrix su Radio 3, 35 secondi di reggae giamaicano su Radio Popolare… Poi la voce musicale interna mi suggerisce il prossimo ascolto, che porterà maggiore stabilità, e porrà fine allo zapping, che mi distrae e mi fa scrivere poco e male. Metterò Glassworks di Philip Glass, un disco che ha il dono di farmi concentrare. Che s’adda fa’ pe’ campà…
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categoria:ascolti
venerdì, 21 ottobre 2005
Questo blog oggi non va in onda per venire incontro alle ridotte capacità mentali del suo proprietario.
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giovedì, 20 ottobre 2005
Su mentelocale.it Giovanni Choukhadarian pubblica un pezzo (contributo, intervista, recensione? Boh!) intitolato "Le Langhe di Orengo, un mondo che cambia". Si parla dell'autore de "Di viole e liquirizia" che, per Giovanni, è il titolo più bello dell'anno.

"Stavolta ci si muove nelle Langhe, che per la letteratura italiana recente vogliono dire soprattutto Beppe Fenoglio. Di quelle Langhe, naturalmente, è rimasto poco (l'ultimo romanzo pubblicato in vita da Fenoglio, Primavera di bellezza è del '59). Orengo racconta i cambiamenti di quella terra, la ricchezza che è arrivata per una via gustosissima, quella del vino, e che però ha portato con sé "capannoni industriali, una lunga fila di hangar che impediscono la luce delle colline. Outlet, Trony, Casa della luce, Divani & Divani" (e prosegue: una chiusa di capitolo magistrale). Ma Orengo non ha scritto soltanto un libro di denuncia. "Di viole e liquirizia" è anche un libro di eros e nostalgia, saturnino, con l'eleganza che è propria del suo autore.

Beh? Andate a leggerlo, no?
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categoria:letture, luoghi