La nebbia si è alzata rapida, e ora densa avvolge ogni cosa, trafitta solo dalle luci giallastre della Sezione Rialzo della Ferrovia. Sto contemplando quella nebbia, che era tempo che non si vedeva così forte, e mi viene in mente come un lampo l’idea che lo scrittore Raymond Carver e il pittore Edward Hopper abbiano qualcosa in comune. Anzi, molto. Allora lascio perdere la nebbia e vado in soggiorno a prendere ciò che mi serve: “Hopper”, volume della collana “I classici dell’arte” di Rizzoli/Skira. Leggo la presentazione, preziosa a mio parere, di Elena Pontiggia. Tutto inizia da questo: “Scriveva Nietzsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. Ed Edward Hopper li possiede entrambi, e nel grado più alto. Certo. I quadri di Hopper uniscono un alto grado di realismo (strade, fari, uffici, bar notturni, stanze d’albergo) a un alto grado di irrealtà: le strade spesso sono deserte, private di ogni forma di lavoro e funzione, le figure umane sembrano spesso paralizzate da un gelo che proviene dall’interno, che si disperde nell’ambiente attraverso sguardi fissi nel nulla, persi. Sembrano non commettere azioni anche se, in effetti, stanno pur facendo qualcosa. In questo caso, c’entra poco la solitudine, dice la Pontiggia (e lo diceva anche Hopper, del resto), che aggiunge: “E si capisce poco di lui, se ci si limita a leggere la sua pittura in una prospettiva intimista. Quello che gli interessa è l’ontologia, più che la psicologia. Altrimenti, si potrebbe obiettare, avrebbe prestato maggiore attenzione ai volti, alle espressioni. Invece ritrae le figure da lontano, e non asseconda mai la curiosità dell’osservatore che vorrebbe conoscere antefatti, sviluppi, dettagli. La pittura di Hopper è piuttosto un tentativo di rappresentare i fondamenti della natura e dell’uomo”.
Mi godo la presentazione di Elena Pontiggia. Osservo di nuovo la nebbia, che ora si sposta in banchi. Continuo la lettura.
Nelle tele di Hopper c’è un’immobilità senza suono, il quotidiano assume connotati non-quotidiani ma “metafisici. La luce di Hopper (qualcuno ha scomodato Vermeer per questo) sembra immobilizzare ogni cosa e porre una distanza insondabile tra le figure ritratte e chi le osserva. “E’ allora, in quell’intuizione vertiginosa, che la visione diventa assoluta. Ed è allora che l’immagine puà apparire in una luce abbagliante, trionfale, o al contrario intridersi della malinconia di chi teme, nella vita e nell’arte stessa, un’assenza di significato”.
Un’assenza di significato. Chi teme un’assenza di significato.
Penso a Carver. Al realismo “spietato” dei suoi racconti che, però, trasudano irrealtà ovunque. Penso alla luce che c’è nei racconti di Carver, ma anche alle penombre-chiaro-scuro, che in comune hanno la capacità(funzione) di far risaltare così nettamente i dettagli e i contorni da far assumere a tutto, appunto, una dimensione irreale, distante. Come mi sembrano vicini, pittore e scrittore. E mi torna in mente la frase “di chi teme, nella vita e nell’arte, un’assenza di significato”. E Carver, mi dico, con la (breve) vita che ebbe, con tutti i problemi, i guai, i debiti e i figli da mantenere qualche paura di questo tipo l’avrà pure avuta, no?
Per eventuali perditempo interessati ad approfondire la conoscenza di Hopper
M. Zambon, Pittura e crisi dell’uomo contemporaneo. Edward Hopper e Francis Bacon , Napoli 1998
R.G. Renner, Edward Hopper. 1882-1967. Trasformazione del reale, Colonia 1991
E. Pontiggia (a cura di), Edward Hopper. Scritti interviste testimonianze, Milano 2000
*Questo post è dedicato a Seia Montanelli e Davide Malesi, che ringrazio per aver animato un’interessante (beh, almeno per me) dibattito su Carver in questo blog.
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