venerdì, 29 aprile 2005
Da anni a Napoli, per Natale in Piazza Plebiscito, un artista viene incaricato di realizzare un’opera, un’istallazione, che rimarrà esposta fino alla prima settimana di gennaio. Tre anni fa l’incarico è stato dato a Rebecca Horn, che disseminò l’emiciclo della piazza con piccoli teschi di bronzo infissi nella pavimentazione. Alcuni di quei teschi di bronzo furono rubati nelle ore immediatamente successive alla messa in opera dell’installazione, qualcuno li sradicò dal pavimento e se li portò via. Ora, posto che non mi interessa rievocare analogie tra l’opera della Horn e la storica famigliarità dei napoletani con il mondo dei morti (e pure con i teschi, quelli veri, un tempo “adottati” dal popolo nel Cimitero delle Fontanelle), mi chiedo: ma chi s'è arrobbato chelle cape 'e muorto?
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categoria:napoli
giovedì, 28 aprile 2005
Darko sta accanto all’ingresso del Supercentrale. Ha paura. Guarda un manifesto in cui si avvisa della scomparsa di un uomo ucraino, la foto in bianco e nero. Sotto il manifesto, seduti per terra, tre uomini bevono infame vino rosso in cartoni da un litro: risciacquatura di botti, spremuta di raspi che riscalda le budella e intontisce. Vicino al giornalaio un africano barcolla gonfio di alcool, due maghrebini contrattano qualcosa in un angolo. Un gruppo di giovani albanesi gira intorno all’ingresso, mani in tasca per il freddo, uno ha una cicatrice sul mento, capelli lunghi sulla nuca. Darko osserva gli uomini della sicurezza, enormi, paramilitari e impazienti negli anfibi piantati come macigni sul pavimento, a gambe larghe, poi entra nel Supercentrale: fa caldo, c’è puzza di carne arrostita sulla piastra. Un vecchio magro, con due grandi buste di plastica piene di vestiti, conta i soldi sul palmo della mano prima di comprare un trancio di pizza rimasto a scaldare da chissà quanto tempo sotto le campane di rame, c’è molta gente seduta ai tavolini del bar. Gli addetti al bar e i cassieri, tutti vestiti di blu, sono veloci e precisi, affrontano come macchine il fiume di clienti. Un cartello avverte: SI PREGA DI NON INTRODURRE OGGETTI METALLICI NEI FORNI A MICRO-ONDE. Cibi senza attrattiva stanno dietro le vetrine del self-service, vaschette di alluminio custodiscono primi, secondi e controni dall’aria sospetta. A un tavolo immigrati balcanici divorano con le mani porzioni di pollo arrosto e patate e bevono birre ghiacciate, un buttafuori cerca di convincere con le buone una vecchia delirante ad andarsene. Darko ha paura, si guarda intorno e suda: ci sono due albanesi con i capelli lunghi spioventi sulla fronte, hanno i denti d’oro, una famiglia di filippini, la visuale è confusa dalla gente che, dopo aver pagato alle casse, si dirige verso l’uscita. Darko decide di entrare nel supermercato, lì sarà più nascosto. Mentre gira tra gli scaffali osserva la merce esposta, le bottiglie di vino, le merendine, il pane, i biscotti. Due ragazze nigeriane esaminano confezioni di preservativi. Le corsie sono strette, il caldo stordisce, la radio irrora decibel nelle orecchie, giapponesi scelgono confezioni di cioccolatini e si scattano foto, un gigantesco senegalese vestito d’azzurro parla a voce alta al telefonino. Darko spera che quelli, ormai, non arrivino più, che lo abbiano perso di vista tra la folla, che abbiano sbagliato strada e siano andati lontano, dall’altra parte della stazione. Più tempo passa più ci sono probabilità che ce l’abbia fatta. Per non insospettire quelli della sorveglianza decide di comprare qualcosa. Dagli scaffali prende una bottiglia di birra, un pacco di salatini e un panino al formaggio. Si guarda ancora intorno, fruga tra i volti. Decide di andare a pagare e si mette in fila.Non si vede nessuno, il tempo passa, a ogni minuto si sente più sicuro. Ce l’ha fatta. Intanto paga, il cassiere che indossa guanti bianchi per proteggersi le mani gli augura buona sera, e Darko esce, sempre attento ma più tranquillo. Non appena fuori fa in tempo a riconoscere il volto di Bodinot, poi vede la lama del coltello che gli entra nello stomaco. Vede il suo sangue cadere sul pavimento del Supercentrale. Lui odia quel posto.
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categoria:racconti
mercoledì, 27 aprile 2005
Junio mi ha invitato a scrivere qualcosa per il suo sito fotografico. Non ho ancora trovato il tempo per scrivere quello che ho in mente per la galleria che si chiama Staring at the beach. Devo scrivere del mare e, forse, qualcosa in me resiste, si oppone, mi ricorda che il mare è lontano. Il sito si chiama Intermodo, www.intermodo.net/index.htm, ed è anche in link qui sotto a sinistra. Fatevi un giro da quelle parti.
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categoria:visioni, foto, blog
mercoledì, 27 aprile 2005
Dopo un lungo autunno di primavera a Milano è tornato il cielo sereno e il sole. A sera respiro già meglio. Esco sul balcone che affaccia sul cortile. Guardo in alto il riquadro di cielo, le stelle: mi ero dimenticato che si vede il Piccolo Carro.
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categoria:diario, condominio
mercoledì, 27 aprile 2005
Quando ho scritto per il Mattino di Napoli questa scheda sul libro I figli di Mac Donald’s di Ariès il film Supersize me era ancora di là da venire, e il suo protagonista non si era ancora distrutto l’organismo ingerendo per un mese cibo uscito da un Mac Donald’s. Sicuramente i dati del libro non sono aggiornati, ma l’essenziale resta: colesterolo globalizzato.

La catena Mc Donald's cconta 25.000 ristoranti distribuiti in 115 paesi per 40 milioni di pasti al giorno. In Europa, con l'eccezione della sola Albania, se ne contano attualmente 630. Un risultato straordinario, se si pensa che il primo ristorante fu aperto nell'Illinois nel 1955. Questi, in sintesi, i dati forniti dal recente lavoro di Paul Ariès, docente universitario a Lione che ha già in passato scritto diverse opere sul tema dell'alimentazione, della modernizzazione e delle relazioni sociali. Modello esemplare dell'impresa moderna, il Mc Donald's di Ariès è frutto di una complessa strategia di marketing fondata sull'idea di superamento delle barriere culturali, per un consumo uniformato, globalizzato, comune ai più disparati angoli della terra. La semplicità dell'offerta alimentare dei ristoranti della catena è una scelta pressochhé obbligatoria, ed è proprio nella ristretta scelta che si nasconde il segreto del successo. E' più facile, infatti, ottenere un vasto consenso grazie a pochi e precisi standardizzati sapori. In tutti gli angoli della terra, Mc Donald's offre un'immagine sempre uguale, in cui ogni popolo, ogni gruppo sociale, e ogni famiglia può identificarsi e trovarsi quasi come a casa sua. Per questo motivo, tutto all'interno della catena, dal cibo all'arredamento, dal personale di vendita ai messaggi pubblicitari, deve risultare rassicurante e rilassante agli occhi dei consumatori. Gli hamburger, il pane l'insalata e i condimenti utilizzati per confezionare ogni singolo panino sono sottoposti a rigidi controlli qualitativi e quantitativi che rendono tutti i prodotti perfettamente uguali agli standard stabiliti a tavolino. Sono questi gli ingredienti di un grande successo economico, che ha raggiunto dimensioni planetarie, ma anche quelli della McDonaldizzazione, come Ariès la definisce. A subire la standardizzazione, dunque, sono le nostre abitudini, il modo stesso in cui siamo soliti mangiare: da New York a Mosca, da Pechino a Budapest tendono a scomparire alcune delle differenze che contraddistinguono le diverse culture. E McDonald's contribuisce a questa trasformazione, puntandovi decisamente e apertamente, al contrario delle altre grandi multinazionali che, solitamente, preferiscono tenere nascosti i loro piani. Il libro di Ariès passa in rassegna tutti gli aspetti, anche quelli apparentemente secondari del fenomeno McDonald's, analizzandone di volta in volta la dimensione economica, sociale e ambientale. Proprio quest'ultimo elemento è uno dei punti più deboli del gigante della ristorazione mondiale, che è stato, a più riprese, attaccato dagli ambientalisti per il forte potere inquinante delle sue attività. Tutta la catena produttiva e distributiva, infatti, può rappresentare una minaccia per gli equilibri ecologici del pianeta. Contro l'autore del libro si può eccepire su un unico argomento: la sua indagine è molto legata alla dimensione francese. Probabilmente, le modalità di consumo e di interazione del pubblico cambiano a seconda dei contesti culturali di riferimento.

Paul Ariès
I figli di McDonald's
Ed. Dedalo
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categoria:letture
martedì, 26 aprile 2005
There is a light that never goes out

Take me out tonight
where there’s music and there’s people
who are young and alive
driving in your car
I never never want go home
because I havent got one
anymore
take me out tonight
because I want to see people and I
want to see lights
driving in your car
oh please dont drop me home
because it’s not my home, it’s their
home, and Im welcome no more
and if a double-decker-bus
crashes into us
to die by your side
such a heavenly way to die
and if a ten ton truck
kills the both of us
to die by your side
the pleasure and the privilege is mine
take me out tonight
oh take me anywhere, I dont care
and in the darkenend underpass
I tough Oh God, my chance has come at last
(but then a strange fear gripped me and I
just couldnt ask)
There is a light that never goes out…

(The Smiths – The queen is dead)
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categoria:ascolti
martedì, 26 aprile 2005
Sarà stato il pollo al curry verde mangiato a casa di amiche filo-indonesiane, sarà stato che a Milano piove ancora, o chissà quali perturbamenti dell’animo, ma la notte tra domenica e lunedì non riuscivo ad avere sonno. Ho girato per casa, ho osservato qualche treno correre verso la Stazione Centrale (interregionali a due piani vuoti), poi mi sono messo a leggere il supplemento femminile di Repubblica. Di solito leggo sempre la rubrica “Casa”: mi piace studiare gli interni di abitazioni di ogni parte del mondo, gli arredamenti, le strutture architettoniche, i colori. Sfogliando la rivista mi sono fermato a “Napoli visionaria”, un articolo sul Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli. Il Pan è stato da poco inaugurato all’interno di Palazzo Roccella, dopo infiniti anni di ristrutturazioni, per portare arte contemporanea nella città. Sarà stato, come dicevo, il pollo al curry verde, o qualcos’altro, ma l’insonnia è aumentata. Palazzo Roccella è a quattro passi da quella che è stata la mia scuola media. Sono entrato così nella fine degli anni ’70. Di là è uscito fuori di tutto: i tornei di Subbuteo, il rapimento di Aldo Moro, il reggiseno bianco di Ida, i Boney M. e i Kraftewerk, lo skateboard, le turiste nelle camere del Parker’s Hotel, le partite di pallone con il “portiere volante”, Video kills the radio stars, Happy days, Renzo Montagnani, la lettura del Buon soldato Sveik di Jaroslav Hasek, la mia prima macchina fotografica, un viaggio a Roma e una ragazza inglese che beveva cappuccino sulla lasagna, la lingua sulla copertina del 45 giri di Hearth of glass dei Blondie, le dediche sul diario delle compagne di classe… Insomma: non mangerò più pollo al curry verde.
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categoria:diario, napoli
venerdì, 22 aprile 2005
In un archivio lucido come il culo di una negra il dottor Livinstorn aveva scoperto, un giorno che il noto proctologo aveva alzato il gomito con le sue uova e benzedrina comprate dalla signora Cobb, un manoscritto autografo di H.P: Lovecraft. Si trattava di una raccolta di liste della spesa del tenebroso scrittore. Qui riporto alcuni dei cibi e degli ingredienti che comparivano più di frequente nel manoscritto:

uova al pepe
broccoli con la sugna
uova e benzedrina
torta di scaragine
cerotti doppio spessore
calzerotti rosa misura 46
pennini marca Skatonic
sventrapapere
classificatore di vibrisse di gatto
peli di opossum
calzone al brasato
federe sfondabili
clistere per rane
marcatori chimici per precipitati
criceti farlocchi
scozzonera
depilatore a ioni cationi
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categoria:racconti
giovedì, 21 aprile 2005
Ci ho fatto caso. In una giornata, per strada, al lavoro, sul metrò, al bar, non ho fatto che raccogliere frammenti di discorsi sul calcio. Davanti al Cafè del Tio un uomo, ma più che altro era un gufo con la giacca di pelle lunga, stava parlando della famiglia Moratti con un cameriere. Poi ho sentito il giornalaio preferire “un uomo che detta i tempi là in mezzo al campo” (ma poi dove sarà là, in mezzo al campo?), e un ragazzo che scaricava merce da un furgoncino in Corso Buenos Aires parlare con il collega di una punta, di cui non ho capito il nome, che è “in grado di risolvere la partita in qualsiasi momento”. E il collega che sudando rispondeva: “io preferisco che anche quel tipo di punta lì si adegui alla filosofia della squadra”. Filosofia. Penso: due squadre composte da Socrate, Plotino, Eraclito, Spinoza, Popper, Kant, Heidegger… Filosofia. Filosofia e calcio. Carmelo Bene! A casa cerco il libro, so che sta da qualche parte. E’ in bagno. Sfoglio, leggo: “Il gioco dovrebbe essere grazia. Invece per sembrare più intelligenti parlano di filosofia di Zeman o di qualcun altro”. Ora mi chiedo: devo fare il calciatore o il filosofo? Sono molto confuso.
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categoria:diario
giovedì, 21 aprile 2005
“Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso”
(Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietitudine)
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categoria:letture