lunedì, 28 febbraio 2005
I. Milano-Cremona
Il treno corre morbido sulle rotaie: da poco è uscito dalla stazione, e ora asseconda il ritmo del mio sonno e la tentazione dell'abisso. Un corvo posato sul tetto di un vagone, nere le ali e la testa, mi spinge nella direzione del vortice, della caduta degli ostacoli, delle costrizioni. Nel verde della tettoia che ripara la stazione di Lambrate si nasconde la tentazione della fuga, una mistica terrena di libertà senza angosce. Una suoneria di telefonino diffonde le note di Final Countdown degli Europe.

Roulottes dietro una recinzione in un campo affetto da malaria, vagoni merci in sosta HAY POLLOCK, il cielo è azzurro sbiadito, coltivo residui di sonno come cenni di un mare da cui non voglio allontanarmi.

Pali della luce a sinistra, il sole incomincia a scaldare i condomini smarriti nelle lande che si spalancano dinanzi agli ultimi singhiozzi della città. Nebbia avvolge l'orizzonte che si allontana di palazzi e torri, i primi alberi corrono incontro, le radici immerse nell'umida zolla padana.

Più fuori, la nebbia è densa come latte caduto nell'acqua, il sole è di colpo un'idea, l'attesa di una possibilità. S. Zenone: due sagome umane sono intente a qualche lavoro ferroviario lungo la scarpata. Ora gli alberi s'infittiscono, piccoli canali solcano i campi infreddoliti poi, a Tavazzano, mi ricordo di aver letto di una centrale termoelettrica da queste parti.

Ricordo: le mattine di caccia nella campagna casertana, il silenzio irrigidito dal freddo invernale, l'odore di erbe gelate, di mele, il canto dei merli, il richiamo impercettibile dei tordi. Mio padre. Riscrivo piano le due parole, MIO PADRE.

Poi lo stabilimento d'acciaio fungoidale dei MANGIMI ROBUR mi scuote, nella stazione di Lodi uno slavo con giacca di pelle nera esce dalla toilette, nel bar immagino improbabili caffé, tramezzini tristi su tavolini di formica marrone.
Il treno corre nella pianura, s'immerge in un territorio che non mi apparterrà mai.
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categoria:racconti
venerdì, 25 febbraio 2005
S’è alzato il vento: sembra che si sia impossessato della casa, del cortile, della notte. L’aria è in movimento. Leggo su Marinai perduti di Jean Claud Izzo che nell’antichità le carte geografiche erano chiamate “I periodi della terra”. Diamantis e Abdul sognano sulla Carta Peutingeriana i luoghi che sogno anch’io: Salona, Sibari, Lilibeo, Focea, Himera. I loro nomi oggi sono cambiati, e sono cambiati anche i luoghi: li rimpiango senza averli mai visti. Ho incominciato a viaggiare ancora molto piccolo, sulle pagine del vecchio atlante scolastico di mio padre: aveva la copertina grigia e le sue iniziali, F. M., stampigliate come lui mi raccontò usando due pezzi di gomma a cui aveva dato la forma delle due lettere, imbevuti di inchiostro. Ho iniziato a viaggiare, sognando i luoghi racchiusi dalle carte geografiche, e poi, quando ho potuto viaggiare davvero, anticipando ogni viaggio e, una volta a casa, sognando ciò che i miei occhi avevano visto.
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categoria:racconti
giovedì, 24 febbraio 2005
La vasca da bagno è il mio rifugio. Mi piacciono le volute di vapore che salgono verso il soffitto, mentre il rubinetto aperto al massimo riversa giù in uno scroscio l’acqua bollente. Con la porta chiusa l’aria della stanza da bagno si riscalda rapidamente, i vetri della finestra si appannano fino a che non scompare il palazzo dall’altra parte della strada, si crea quell’atmosfera raccolta e ovattata che mi predispone nel modo migliore all’ingresso nell’acqua fumante. Di solito porto in bagno un radioregistratore che mi fornisce, a volume basso, musica di Couperin, Messiaen o Scarlatti, a seconda dell’inclinazione e dell’umore del momento. Dopo aver chiuso il rubinetto, per qualche minuto continuano a cadere gocce d’acqua, con un ritmo che scandisce il tempo rallentato e musicale che mi avvolge. Gocce lente cadono nella vasca in cui sono immerso, finiscono per attirare l’attenzione sul mio corpo disteso nella massa liquida e quasi immobile e, per associazione d’idee e con un salto immediato, mi spingono a pensare ai relitti di navi che giacciono sul fondo dei mari e degli oceani. Credo di avere quella che si definisce una passione per i relitti navali, per i naufragi che le gettarono sott’acqua, che le spinsero sotto il peso immenso delle masse marine. Immaginate i loro lunghi corpi d’acciaio, i fumaioli, le ancore e i ponti immersi sul fondo, nel silenzio oceanico. Conosco le storie di molte navi le cui spoglie rimangono nascoste e dimenticate, adagiate su un fianco o spezzate in due tronconi, spesso fuori dalla portata dei raggi solari, abitate da miriadi di pesci, polpi e murene, quelle strutture contorte, quelle lamiere divelte e rose dalla ruggine, coperte di vegetazione fluttuante come capelli. Quel mondo sommerso, avvolto da suoni attutiti e dalla penombra sottomarina, è popolato da spugne e coralli, madrepore e legioni di microrganismi che si tengono ben stretti agli alberi e ai cannoni puntati sul vuoto degli abissi, che ricoprono lo scafo privo di vita, lo sorreggono nel suo lento disfacimento. Nel vapore che continua a salire, nel gocciolio che via via perde frequenza e si spegne in anelli concentrici sulla superficie dell’acqua, immerso come sono fino al mento, penso ai relitti che preferisco, quelli la cui storia non finirei mai di leggere e rileggere sui libri in cui se ne parla. Ce ne sono molti di cui non conosco l’esistenza, o altri fin troppo noti, spesso ricordati da giornali e film, come il Titanic. Quel transatlantico, la categoria di relitti che preferisco su ogni altra, benché sia il relitto più famoso, non è tutto per me.
Nella mia personale graduatoria viene prima il Laconia, un transatlantico britannico che navigava al largo del Sud Africa con a bodo quattrocentotrentasei marinai, duecentosessantotto militari con i loro familiari, centosessanta cittadini polacchi liberati e milleottocento prigionieri italiani. Lo immagino enorme, alto sulle onde, fendere le acque con la prua e le fiancate possenti. Quel giorno, in quelle stesse acque, incrociava anche l’U-boat 156, al comando di Werner Hartenstein. I siluri del sottomarino colpirono il transatlantico, che cominciò ad affondare rapidamente, ma il comandante tedesco, colpito dalle grida di aiuto degli italiani, si adoperò in tutti i modi per trarre in salvo i naufraghi, e l’ammiraglio Dönitz, contraddicendo un suo primo ordine, fece giungere sul luogo altri tre sommergibili, l’U-506, l’U-507 e il Cappellini, che imbarcarono un migliaio di naufraghi e presero a rimorchio le scialuppe di salvataggio. Il giorno dopo, un B-24 americano sganciò quattro bombe sull’U-156, ma riuscì solo ad affondare una scialuppa. Spesso mi trovo a fantasticare anche sulla corazzata britannica Victoria, un gigante da guerra colato a picco né da un siluro né dalle bombe di un attacco aereo nemico. La nave affondò a causa di un ordine insensato impartito dall’ammiraglio George Tryon. La squadra, che stava navigando al largo di Tripoli, procedeva su due file, distanti l’una dall’altra mille metri, non so quanto faccia in miglia marine. In testa al convoglio le due corazzate Victoria e Campertown. Ad un certo punto l’ammiraglio lancia alla squadra il suo ordine: invertire la rotta all’interno. Le navi eseguono l’ordine, e la corazzata Campertown sperona la Victoria, che affonda con quattrocentosessantatre uomini d’equipaggio, ammiraglio compreso.
Quando la scelta musicale è caduta su Messiaen, di solito non dimentico anche il transatlantico tedesco Willhelm Gustloff, silurato nei pressi di Danzica il 30 gennaio 1945. In quel disastro morirono settemilasettecento profughi tedeschi che si erano imbarcati sotto l’imminente minaccia dell’arrivo dell’Armata Rossa sovietica. La Seconda Guerra mondiale ha riempito i fondali di tutti i mari di carcasse di nave di ogni stazza e nazionalità, ha mandato giù navi cariche di marinai ma anche di civili, e spesso per tragici errori e imprevisti. Il 17 giugno 1940 toccò al Lancastria, una nave da guerra inglese, affondare sotto le bombe di una squadriglia di Stuka davanti a Saint-Nazaire, mentre la Francia crollava sotti i colpi dell’esercito tedesco d’invasione. I superstiti furono duemilacinquecento, tanti quanti erano i giubbotti di salvataggio in dotazione alla nave. Winston Churchill ordinò in quell’occasione il silenzio stampa, perché, scrisse, quella era l’ora più buia. I casi di bombardamenti sbagliati, di scherzi dell Storia, non sono pochi. Il 3 maggio 1945 la Royal Air Force affondò la Cap Arcona, a Lubecca, su cui erano imbarcati quattromilaseicentocinquanta sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Il 24 ottobre 1944, invece, era stata silurata la Arisan Maru, da parte di un sommergibile della U.S. Navy. Sulla nave c’erano millesettecentonovanta prigionieri americani. Allora, mentre aggiungo acqua calda per mantenere alta la temperatura in vasca, mi riempio i pensieri con quei nomi, Victoria, Lancastria, Cap Arcona, Arisan Maru, con Kyangya, Thielbeck, Yingkow, e altre, che popolano anche i miei sogni notturni.
Quando lo scatto secco del registratore segna la fine della musica di Couperin, Messiaen o Scarlatti, quando l’acqua comincia a raffreddarsi e a perdere la sua ospitalità, guardo il mio corpo inoltrato negli anni disteso sul fondo smaltato della vasca, e mi appare come un silenzioso, dimenticato relitto dormiente.
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categoria:racconti
mercoledì, 23 febbraio 2005
Mancano pochi giorni alla Pasqua. Sono a bordo di un tram fermo allo stazionamento, le panche sono semivuote, un uomo sotto i quarant’anni fa continuamente la spola tra il posto del guidatore e il fondo dell’automezzo,ogni tanto impreca ad alta voce, ha fretta di andare in Viale Piave.

Cerco di leggere il giornale, ma l'uomo non si ferma un attimo, va avanti e indietro, e le parole mi si confondono davanti agli occhi e perdono senso: sono attratto dal suo monologo a tratti incomprensibile, monotono. Dietro le pagine che profumano d'inchiostro lo osservo mentre si siede, si rialza, continua a dire che deve andare al più presto in Viale Piave, che ci deve andare a tutti i costi.

Quando il guidatore sale sul tram e si accomoda sul sediolino, l’uomo gli corre incontro e gli chiede, mentre il mezzo comincia a sferragliare e a muoversi sulle rotaie, se è diretto in Viale Piave, e non gli basta una prima rassicurazione, continua a ripetere la domanda, continuando a imprecare e a fare discorsi confusi. Poi, di colpo, rivolgendosi ai passeggeri, cambia domanda. Ora vuole sapere se sia Natale. E’ Natale, chiede a una signora sulla cinquantina, che non risponde e rimane a fissarlo con aria smarrita. Poco prima di Piazza della Repubblica, l’uomo si rivolge a un’altra signora seduta all’altezza della prima porta, E’ Natale, le chiede, e la signora, forse per assecondarlo risponde, Sì, è Natale, anche se sa benissimo che tra pochi giorni sarà Pasqua. Allora nell’uomo avviene un improvviso cambiamento che non manca di affascinarmi. Si ferma, perché nel frattempo non ha fatto altro che andare su e giù per il tram, poi dice, reggendosi alla meglio a un corrimano, E’ Natale, lo sapevo, è Natale, allora devo scendere, devo scendere, proprio così, devo scendere. Ha dimenticato Viale Piave: l’uomo scende in fretta alla fermata di Piazza della Repubblica, continuando a dire che è Natale, e che, allora, le cose cambiano. Quando le porte automatiche si sono richiuse, un uomo con l’impermeabile commenta, rivolto ai passeggeri a lui vicini
-Eppure all’apparenza non si direbbe-
e mentre lo dice fa un gesto circolare con la mano all’altezza della tempia destra,
-E’ anche vestito dignitosamente, non come gli altri che sono ricoperti di stracci-
aggiunge un altro signore piccolo piccolo, con le guance rosse e con l'aria di chi la sa sempre lunga.
-Quando la testa picchia non c’è nulla da fare-
conclude il signore con l’impermeabile, mirandosi alla tempia con l'indice.
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categoria:racconti, diario
martedì, 22 febbraio 2005
"Ho scelto, a Parigi, dodici vie, piazze, incroci legati a ricordi, ad avvenimenti o a momenti importanti della mia esistenza. Ogni mese descrivo due di questi luoghi; una prima volta, sul posto (in un caffè o perfino per la strada) descrivo quello che vedo nel modo più neutrale possibile, enumerando i negozi, qualche particolare architettonico, qualche microavvenimento (una macchina dei pompieri che passa, una signora che lega il cane prima di entrare in una salumeria, un trasloco, dei manifesti, la gente ecc.); una seconda volta, in un posto qualsiasi (a casa mia, al caffè, in ufficio) descrivo il luogo a memoria, rievoco i ricordi ad esso legati, la gente che vi ho conosciuto ecc. Ogni testo (può trattarsi di qualche riga o di cinque o sei pagine o anche di più), una volta terminato, viene chiuso in una busta che sigillo con ceralacca. In capo a un anno, avrò descritto ognuno dei miei luoghi due volte, una volta prendendo spunto dai ricordi, una volta sul posto, in descrizione reale. Ricomincio così per dodici anni, permutando le mie coppie di luoghi secondo una tabella (bi-quadrato ortogonale di ordine 12) che mi è stata fornita da un matematico indù che lavora negli Stati Uniti".

Georges Perec
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categoria:scrittura, perec
martedì, 22 febbraio 2005
Sono seduto al tavolo del bar nel parco: fumo una sigaretta e leggo il giornale. Intorno c’è gente che mangia o beve il caffè sulle lunghe panche di ferro, la grana grossa della ghiaia scricchiola sotto i piedi, gli alberi sono pieni di uccelli chiassosi. Sul giornale ci sono due pagine dedicate ad Harry Smith, pittore, studioso dei rituali degli Indiani d’America, amico di Allen Ginsberg. Harry Smith abitava alla fine degli anni ’60 a New York, al numero 300 della East 70, alla fine della terza Avenue o Lexington, in una casa dove dipingeva, montava i suoi cortometraggi e fumava grandi quantità di hashish ed erba. Aveva girato Heaven and Hearth Magic, un film in bianco e nero ambientato nella metropolitana di Londra nel XIX secolo, e Late Superimpositions, sovrapposizioni di immagini. Negli ultimi anni della sua vita Harry Smith finì per vivere in un ricovero francescano al Bowery, in una celletta dalle pareti di cartone stipata di libri, circondato dai lamenti e dai colpi di tosse che registrava su nastro. Raccoglieva tutto: preghiere di moribondi, il canto degli uccelli, i suoni della natura, filastrocche recitate da bambini, i deliri dei tossici del Lower East Side, la voce di Gregory Corso. A destra del mio campo visivo, in gran parte occupato dall’articolo e dalle fotografie, mi sembra di vedere Harry Smith. Distolgo lo sguardo dal giornale. E’ un uomo tutto vestito di nero, che indossa un berretto con la visiera, ha gli occhi vivi e neri, la barba fitta e corta piena d’argento. Proteso in avanti si rivolge a due coppie con bambini che stanno disponendo sulla tavola di ferro tutto il cibo del loro pic nic al parco. Chiede qualcosa da mangiare. Una donna gli porge un panino. Lo vedo masticare lentamente il panino, con fame ma senza fretta. Rimane in piedi a masticare, le braccia e le mani sollevate verso la bocca. Quando ha finito il panino la donna gli chiede se vuole un toast. L’uomo fa segno di sì, senza parlare. Il marito della donna gli porge un piatto di plastica con un monumentale toast al prosciutto e formaggio, avvolto in un tovagliolo di carta. Soddisfatto, l’uomo fa un cenno di saluto, solo un segno con la testa e con gli occhi, e se ne va via tenendo il piatto con tutte e due le mani davanti al petto.

Guardo la foto di Harry Smith: ha la barba bianca, il viso più tondo, non è l’uomo del panino. Mentre accendo un’altra sigaretta osservo la siepe che corre dietro le panche, le mie mani, i passeri che saltellano sul tavolo, la ghiaia sotto i miei piedi, il fronte verde degli alberi dietro il bar: è tutto vuoto.
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categoria:racconti
lunedì, 21 febbraio 2005
Nella stazione ferroviaria di Foggia, schiacciata dal caldo infame del Tavoliere, in attesa del treno per Lecce, passeggio avanti e in dietro lungo la banchina del primo binario, un occhio a dove metto i piedi e un altro allo zaino poggiato su una panchina di marmo. Nella sala d’attesa ci sono troppe mosche e il sudore non fa in tempo ad asciugarsi. L’aria arroventata tremola oltre i binari sulla lamiera ondulata di un deposito. Su uno dei pilastri che regge la tettoia del terzo binario leggo: FOGGIA CITTA’ DI MERDA - BODINOT MAMINAS ALBANIA. Penso alla mano che ha segnato il muro, al suo transito, al suo nome, ma lo stridere dei freni del treno in arrivo interrompe i miei pensieri.

Salgo finalmente sul treno, destinazione Fasano, e mi libero dal caldo insopportabile e da nugoli di mosche gigantesche, il treno ferma anche a Monopoli. Lì dove sono diretto, ho sentito raccontare da molti che è possibile scorgere, specialmente al mattino presto e in condizioni atmosferiche favorevoli, il profilo della costa albanese. L’Albania l’ho vista solo una volta, e da lontano, a bordo di un traghetto diretto in Grecia: un orlo incerto di terra soffocata dalla calura estiva, una cappa densa e giallastra.Nello scompartimento, sul sedile di fronte al mio si sistemano due albanesi che indossano magliette con le insegne di qualche gruppo havvy metal: teschi e ossa incrociate su sfondo nero. Dopo pochi chilometri, mentre compaiono fuori dal finestrino le prime onde del mare di olivi che si estende più a Sud, abbiamo iniziato a scambiare qualche parola. Uno dei due, che dimostra circa trentacinque anni, parla bene l’italiano. Ma il passaporto che mi sventola davanti divertito, dopo avermi sfidato a indovinare la sua età, non permette dubbi: ha ventisette anni. Se ne dimostra più di quelli che ha, dice l’albanese, è colpa della vita che fa, della durezza del lavoro, che lo costringe a fare il pendolare tra Puglia, Albania, Macedonia e Grecia. Segue il lavoro lì dove c’è, secondo le stagioni. E’ stato anche a Sammarzano per la raccolta dei pomodori. Mi chiede se mi dà fastidio la musica albanese che esce fuori dal suo registratore portatile, e informazioni sul porto di Bari, dove deve imbarcarsi per andare in Albania per una settimana di vacanza. Dice vacanza come se stesse pronunciando una parola magica, le cui lettere e sillabe impongono circospezione e rispetto. Quando scende a Bari mi augura buon viaggio, e io gli chiedo come si dica nella sua lingua. Sorridendo se ne torna in patria accompagnato da un mio stentato Rrugë të mbarë nelle orecchie.
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categoria:racconti
lunedì, 21 febbraio 2005
La mia sociologia della quotidianeità non è un'analisi ma soltanto un tentativo di descrizione, più precisamente, descrizione di ciò che che non si guarda mai perché vi si è, o si crede di esservi, troppo abituati e per il quale non esiste abitualmente discorso: per esempio, enumerazione dei veicoli che passano all'incrocio di Mabillon, o dei gesti che fa un autista quando lascia la sua automobile, o delle diverse maniere in cui i passanti tengono il giornale che hanno appena comprato. Si tratta di un decondizionamento: tentare di cogliere non ciò che i discorsi ufficiali (istituzionali) chiamano l'evento, l'importante, ma ciò che è al di sotto, l'infraordinario, il rumore di fondo che costituisce ogni istante della nostra quotidianeità.



Georges Perec
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categoria:perec
venerdì, 18 febbraio 2005
Può un uomo scrivere un romanzo in cui l’io narrante è una donna? O meglio, può un uomo scrivere, senza fare spreco di inchiostro e di parole, assumendo il punto di vista, e con esso il mondo, la fisicità e l’interiorità di una donna? Lo fa, e bene, Cesare Vergati in A sorpresa. Romanzo in poesia, edito dalla piccola ma meritoria ExCogita. La protagonista di A sorpresa ricorda. I ricordi, più che ridestati da una personale madeleine, rifluiscono come in una sorta di bilancio: la partenza da una piccola cittadina della Bretagna alla volta di Parigi, e poi la gente osservata per strada, il primo amore e il suo mancato suicidio, il mare, gli amanti, le abitudini e le azioni del cane Bambù, compagno silenzioso. Al centro di ogni cosa la sensibilità dell’io narrante, una sensibilità che fa più grandi le cose, le persone, le parole, i gesti. E li rende più veri. La parola di Cesare Vergati ha sapore e immagine, nitidia e intima non è mai banale, “tradisce” la semplicità di un lento lavoro, di esercizio di incisione, di miniatura. Soprattutto nel ripercorrere gli amori, i sentimenti della donna-narrante, le sensazioni del corpo, anche quelle destate dalla consapevolezza della gonna sulle sue gambe. “Non c’era nulla di romantico in quella perfetta condizione di contentezza. Era probabilmente un fatto fisico. Il corpo di una donna ha di questi attimi, sconosciuti ad un uomo, che le danno la certezza di un benessere anche interno”. Quando si arriva in fondo, quando si finisce di leggere l’ultima parola di A sorpresa, è possibile ascoltare quel silenzio interiore che sanno riservare al lettore i libri davvero belli. Una nota, di merito, si diceva, a ExCogita, casa editrice che, negli intenti e nella pratica, si propone di dare voce a molti di coloro che non trovano spazio nella grande editoria, più interessata a libri spesso inutili e, ancora più spesso, scritti male.

Cesare Vergati
A sorpresa. Romanzo in poesia
ExCogita Editore
110 pp; 9,80 euro
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categoria:letture
venerdì, 18 febbraio 2005
Un immigrato indiano di venticinque anni, Bal Bander, è stato trovato ucciso in una stalla nei pressi di Milano. Pare sia stato schiacciato durante la notte dal toro contro la parete. Nessuno lo conosceva nella cascina.

Alle due del pomeriggio, nello Yemen, scocca l’ora del qat, la droga nazionale, permessa dal momento che il Profeta ha proibito il vino ma non il qat. Gli uomini si riuniscono, si scambiano visite per masticarne le foglie fino al tramonto nella stanza più bella e alta della casa, la mafradsh.

E’ stato assassinato il leader del movimento pachistano per la salvaguardia dei bambini-lavoratori. Aveva dodici anni.

A Mosca gli alcolizzati, che sono un esercito, si fanno impiantare sotto pelle delle capsule che dovrebbero fungere da deterrente contro l’assunzione di alcool. Infatti, in presenza di alcool nell’organismo, queste capsule liberano delle sostanze che possono risultare letali. Da qualche tempo gli ospedali della capitale dell’impero che crolla sono frequentati da persone che hanno bevuto a rischio della vita, o da altri che, invece, hanno deciso di rimuovere le capsule con un coltello pur di continuare a bere.

Notte fonda: sto guardando in televisione Il magnate greco, con Anthony Quinn e improvvisamente mi prende il desiderio di fumare marijuana. Qualcuno al piano di sopra cammina piano e il silenzio si fa più pesante. La moglie di Quinn vuole divorziare dal marito armatore perché lui la tradisce, io scopro nuove correnti di desiderio in me, nuovi venti, strane maree. Voli di gabbiani in bianco e nero si incrociano nella mia testa. Forse questa nostalgia nasce dallo schermo, dal mare greco che scorre in un’inquadratura aerea: scogli bianchi che spuntano dall’acqua di cristallo azzurro, e vorrei essere là, lontano. Vorrei fumare guardando le onde azzurre, scendere nel pulviscolo elettrico di cui sono fatte le immagini. Intanto sullo schermo si intreccia la danza solitaria di Quinn che a braccia aperte si alza e si abbassa davanti al mare e al tramonto come un airone che stia per spiccare il volo, la musica sale piano, poi corre, galoppa, e io subisco il desiderio crudele d’essere altrove.

Ho voglia di fumare perché Bal Bander è venuto a morire in una stalla del milanese schiacciato da un toro. Voglio fumare perché un bambino di dodici anni è stato assassinato. Ho voglia di fumare perché in Russia c’è gente che per non bere si fa impiantare capsule mortali sotto pelle. E ho voglia di fumare perché ieri notte, mentre ero nel supermercato, ho visto una ragazza nigeriana che comperava i preservativi prima di andare a lavorare, o perché ho sentito in televisione un ragazzino che diceva d’essere pagato sessantamila lire alla settimana per fare l’aiuto imbianchino. O perché, mentre ero al tavolino di un bar in compagnia di un’amica, ho visto un uomo prendere un calice in cui c’erano dei fiori, sfilare il contenuto e bere l’acqua in cui erano immersi i gambi.

Anthony Quinn, seduto in riva al mare a mangiare aringhe dice al cane seduto accanto, Io non sarò presidente, ma tu hai le pulci.
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categoria:racconti